1903 – 2003
Centenario della morte di Luigi Minnicelli
Lettura dell’avv. Amerigo Minnicelli alla conferenza promossa dall’Università Popolare sul tema:
“La parte di Luigi Minnicelli nell’impresa dei Mille”
11 ottobre 2003
Rossano Palazzo Rizzuti
Breve prologo.
- Il movimento “risorgimentale” può certamente essere inquadrato nell’ambito di una cultura, sì, nazionale ma anche europea, contrapposta, com’era, a quella regionale che aveva contraddistinto gli Stati italiani pre unitari ed in primo luogo il maggiore di essi: Il Regno delle Due Sicilie. Non interessano, qui, le questioni di politica di potenza che indussero il compimento dell’Unità d’Italia bensì l’incidenza delle idee unitarie che animavano gli intellettuali dell’epoca, in primo luogo Mazzini, e che davano a quelle intelligenze l’esatta percezione della necessità (e potremmo dire della ineluttabilità) che si compisse quella Unità nell’ambito di un disegno, se possibile, più ampio, tale da coinvolgere l’intero Vecchio Continente. Non dimentichiamo che il Risorgimento italiano, sicuramente d’ispirazione illuministica, aveva alle spalle la grande, pur se breve, impresa napoleonica e la sua sciagurata quanto prevedibile rovina sul fronte orientale.
Garibaldi, repubblicano convinto, voleva fortemente l’unificazione del nostro Paese e per rendere possibile tale disegno, non esitò a sacrificare la propria visione politica del Mondo fatta di universalismo sintetizzato nel trinomio “libertà, uguaglianza, fratellanza” che non prevedeva, né Re e né Imperatori assoluti, in quanto su ogni altro potere doveva sovrintendere il concetto che attualmente definiamo con “sovranità popolare”.
Quindi, a Teano (ma di certo molto prima), fu decisa la sottomissione al “futuro Re d’Italia Vittorio Emanuele”.
Garibaldi ebbe la lungimiranza politica di rinunciare (in primo luogo) alle proprie idee ed (in secondo luogo) al proprio potere, creando così le condizioni per l’Unità d’Italia. Non volle onori, non volle ricchezze, non volle potere. Volle che si compisse l’opera iniziata ed evitò un ulteriore sicuro bagno di sangue italiano se si fosse confermata la sua Dittatura repubblicana e si fosse intrapresa la guerra contro i piemontesi.
Sono numerosi, oggi, i meridionalisti improvvisati che pretenderebbero dimostrare che il Sud abbia avuto un grave danno dall’Unità e che avrebbe avuto miglior sorte se fosse rimasto sotto la bandiera borbonica. Niente di più errato. L’Unità d’Italia che si sarebbe, poi, definitivamente compiuta con la fine della prima guerra mondiale, fu un fattore straordinario di civiltà e di progresso. Altra cosa è dire che a farne le spese maggiori fu il centro sud, comunque condannato al sottosviluppo da ragioni tanto profonde quanto ineludibili nel contesto di sviluppo europeo dato. Prova ne sia che anche allora, nell’Italia della prima metà dell’800, il divario tra le diverse aree d’Italia esisteva già ed era mascherato, o appariva minore, solo per “merito” della generale e diffusa povertà dei mezzi di sussistenza. Ma la minorità di tale divario non va confusa con le potenzialità di sviluppo tutte risiedenti nella centralità del nord e nei mezzi di comunicazione assai più sviluppati colà che non da noi.
L’Italia, da questo punto di vista, non è mai stata una sola cosa. Persino il Fascismo che come dittatura avrebbe avuto più facilità d’introdurre altri e nuovi meccanismi di sviluppo più favorevoli al meridione, aggiunse ai precedenti governi filo nordisti altri governi in tutto simili, fornendo ulteriore linfa alla saldatura tra gli interessi crescenti dell’industria del nord e quelli recessivi della rendita fondiaria meridionale.
Per altro verso, nel Centro Europa post bellico, al contrario che in Italia, lo sviluppo economico e sociale, toccherà il culmine posto su di una base rappresentata dalla rivoluzione industriale iniziata più di un secolo prima. Non fu un caso che quello stesso centro Europa, a guerra ultimata e a democrazia ristabilita, grazie anche agli aiuti del Piano Marshall, poté chiamare al lavoro di fabbrica milioni di lavoratori, da tutta la periferia del Continente.
Cosa avrebbe potuto, mi chiedo, il povero Regno delle Due Sicilie di fronte ad eventi di tal portata, se non soccombere sotto “il tallone” dell’enorme ricchezza industriale centro europea? A paragone l’economia meridionale sussistenziale pre unitaria era ben poca cosa …
Quindi le idee portate avanti dai mazziniani e dalle altre forze intellettuali dell’epoca, pur se affievolite nelle loro aspirazioni politiche più radicali, si compirono in un disegno apparentemente molto più utile allo sviluppo del nostro Paese di quanto potesse esserlo la situazione dei singoli stati regionali preesistenti.
- Di Luigi Minnicelli, Ufficiale de “I Mille”, si è detto: <<Fulgida e splendida figura della gloriosa e fatidica schiera dei Mille… Prode soldato, avanzo della leggendaria schiera garibaldina… Quasi analfabeta fu fatto Ufficiale dal generale Garibaldi per merito di guerra>>. (Francesco Graziani nel ricordo fattone in occasione della morte, su “Gioventù Calabrese” – periodico rossanese dei primi novecento). Ancora si è detto che <<Fu un modesto figlio del popolo che fece egregiamente il suo dovere>> Gradilone, Storia di Rossano.
Luigi Minnicelli, non era, quindi un notabile, né un intellettuale, né quello che chiameremmo, oggi, un politico. Era quello che si è detto. Un popolano, un operaio dipendente dei Toscano. Ma proprio per questo fatto, in certo senso singolare, è importante sapere che a rappresentare tra “I Mille”, la colta Rossano che pure vantava belle figure risorgimentali, sia stato un figlio di popolo assurto a simbolo, per ciò stesso non solo di un riscatto operaio che poi si sarebbe realizzato solo nel nostro secondo dopoguerra ma anche simbolo, oggi, se vogliamo, di una certa etica della politica.
Quindi dopo avere acquisito questi concetti riferiti alla figura del nostro illustre concittadino e considerato che sono trascorsi 100 anni di storia patria dalla sua morte e quasi 150 dall’epopea garibaldina, parrebbe potere anche bastare … se non fosse, al contrario, che in quest’epoca di intemperie politiche, il richiamarsi, talvolta, a modelli di vita così diversi e lontani dai nostri, potrebbe tornare utile, lontano da tentazioni “moralisteggianti”, per una qualche riflessione su un certo modo corrente di concepire la cosa pubblica rispetto alle aspettative del privato.
Doverosamente premetto che la biografia di Luigi Minnicelli, ovvero quello che di essa sono riuscito a raccogliere, attraverso qualche scritto, qualche memoria storica ed attraverso il ricordo diretto trasmessoci da nostro nonno Maurizio che lo conobbe, non è sterminata, né imponente.
Ne parla Gradilone nella sua magnifica Storia di Rossano e qualche altro autore che si è occupato dei fatti d’arme delle “camicie rosse”. Ne parlarono la già citata Gioventù Calabrese e la Nuova Rossano, rispettivamente, in occasione dei solenni funerali e nel Cinquantenario dell’Unità d’Italia, quando il 23 settembre 1912 venne deposta la bella lapide commemorativa del Risorgimento e con esso dei fratelli Saverio e Gaetano Toscano, di Antonio Morici, di Domenico Palopoli e dello stesso Luigi Minnicelli.
In quel giorno vi fu un lungo discorso, riportato per intero dalla Nuova Rossano, svolto dal senatore Francesco Ioele nel corso di un’imponente manifestazione e corteo che si spinse fin sotto casa Minnicelli dove mio nonno Maurizio commemorò il Garibaldino, non senza averne raccolto, dopo la sua morte, quel che restava delle armi e delle insegne costituite dalla divisa, dalle tre medaglie che l’eroe portava in petto e dai preziosi documenti tra i quali una lettera di commiato data a Luigi personalmente da Garibaldi, dove il Grande Erore dei Due Mondi scrive di <<sentirsi orgoglioso di avere simili soldati>> (la citazione è testuale dal Graditone – infra – che evidentemente ne lesse il contenuto). Inoltre Luigi Minnicelli lasciò di sé un magnifico ritratto ad olio (di recente da noi interamente restaurato) che molti conoscono e che si trova nella biblioteca di famiglia. Il nonno e poi nostro padre Corrado conservarono gelosamente quelle memorie che hanno tramandato e che nel 1960, in occasione delle grandi celebrazioni del centenario dell’Unità d’Italia, vollero donare al Comune di Rossano. Quindi ad eccezione del ritrattola, la spada, la divisa con le medaglie e la lettera del Generale passarono di mano. In quell’occasione, Sindaco Michele Scazziotta, l’Amministrazione Comunale di allora, interpretando i sentimenti diffusi della popolazione, grata, volle titolare allo scomparso eroe de “I Mille” l’attuale “Via Luigi Minnicelli”.
I cimeli donati furono custoditi per anni, in una teca, nella stanza del Sindaco ma in un triste giorno di molti anni fa, furono trafugati da ignoti e fu solo grazie al particolare nostro interessamento, e qui lo voglio ricordare, anche di Giovanni Carbone che allora reggeva l’Ufficio di Ragioneria del Comune, che fu recuperata gran parte della refurtiva ma andarono perse, irrimediabilmente, le tre medaglie al valore e la lettera di Garibaldi, oggetto, forse, di vendita fuori dalla Città.
Siamo giunti, quindi, ai nostri giorni, nel giugno del 1999, quando, complice il ventennale della fondazione della locale Loggia Massonica titolata proprio a Luigi Minnicelli, si tenne – auspice la gloriosa Università Popolare – un riuscitissimo Convegno sulla Repubblica Partenopea (1799) di cui si ricordava il bicentenario. Alla presenza del Gran Maestro della Massoneria e di numerose Autorità civili e politiche, in quell’occasione, l’Amministrazione Comunale, Sindaco Giuseppe Caputo, volle celebrare il trasferimento delle insegne di Luigi Minnicelli, nella sala del Consiglio Comunale.
Luigi Minnicelli nasce nella nostra città il 12 agosto del 1827 da Gennaro Minnicelli e da Maria Giuseppa Pirillo. Luigi, operaio come il padre, era alle dipendenze dei Toscano in casa dei quali si respirava un’aria risorgimentale ed illuminista. Trascorre la propria giovinezza nella sua città. I moti del 1848 lo coinvolgono appieno. Infatti lui, poco più che ventenne, partecipa alle riunioni di quella che era sicuramente una loggia massonica e che il senatore Francesco Ioele definisce letteralmente una “specie di Circolo”, nel già ricordato discorso del 20 settembre 1912. In quell’occasione, lo stesso senatore Ioele, riferisce che la fucilazione dei fratelli Bandiera, avvenuta nel Vallone di Rovito il 24 luglio 1844, fu la molla che accese l’animo del giovane Saverio Toscano il quale, nel 1847, partì per Napoli dove fondò, insieme ad altri, il Comitato Rivoluzionario Calabro/Siculo. Ne facevano parte, sicuramente, il sandemetrese Domenico Mauro, il Crispi ed il barone Marsico mentre, in Calabria, le riunioni si tenevano ad Acri in casa di Francesco Sprovieri dove, partecipavano Luigi Minnicelli e gli altri vicini ai Toscano. Quel Comitato Rivoluzionario avrebbe dovuto promuovere la rivolta prima a Messina, poi a Reggio ed a Rossano, poi ancora ad Acri ed a Cosenza e via, via nel resto del Regno.
Nel 1848, però, Ferdinando di Borbone promulgava la Costituzione liberale cui seguirà la crescita del movimento unitario repubblicano che da noi continuerà ad avere nei fratelli Toscano, nel Morici, nel Palopoli, nel reverendo Bernardino Converso e nel Minnicelli, con altri, dei costanti punti di riferimento. Dopo i moti sopravvenuti al ritiro di quella Costituzione e i fatti locali di Campotenese dove avvenne lo scontro dei patrioti con le armate borboniche del generale Lanza, Luigi Minnicelli, come tutti gli altri personaggi, oggi diremmo politicamente più sposti, proprio in quel fatidico anno 1848, prenderanno la via della fuga e dell’esilio. Dopo la partenza da Napoli a bordo di un mercantile francese, Luigi peregrinerà, prima a Marsiglia, poi in Corsica, a Bastià, poi in Toscana. Ma la diaspora dei rossanesi Toscano, Morici, Palopoli e Minnicelli era destinata a prolungarsi anche se mantennero, tra di loro, di certo, dei contatti.
Fu, quindi, il Malenchini, componente del gruppo, ad avvertire i Toscano dell’avvio della spedizione dei Mille ma essi non poterono essere della partita pur foraggiando l’impresa con mezzi ed uomini. In tale contesto, non è escluso che proprio il Minnicelli fungesse da ufficiale di collegamento tra i Toscano a Firenze ed il quartiere generale garibaldino a Genova.
Morici, invece, era in Inghilterra e seppe in ritardo della partenza della spedizione da Quarto. Raggiunse Garibaldi in Sicilia dove si distinse subito in numerose battaglie. Il suo valore gli valse, poi, nell’esercito regolare unitario la promozione al grado di Generale.
Palopoli, l’amico fedele dei Toscano, dal canto suo, apprese dell’allestimento della spedizione garibaldina quando era a Parigi. Non fece in tempo ad arruolarsi e raggiunse Rossano dove, secondo il racconto del senatore Ioele e dello stesso Gradilone, fu nominato Sotto Governatore della Città. Allo stesso Palopoli, poi, è attribuita, in quella circostanza, l’istituzione (è ancora il Ioele che parla) <<della nostra benemerita Società Operaia, tra le più antiche del Mezzogiorno>>.
In definitiva, del quintetto storico risorgimentale immortalato nella famosa lapide, fu il solo Minnicelli a partire da Quarto con il Generale ma tutti e cinque dettero un contributo enorme alla riuscita dell’epopea garibaldina, cui si uniranno, strada facendo, altri rossanesi tra i quali, lo ricordiamo, Antonio Berlingieri che assurse al grado di Maggiore.
A Calatafimi, Luigi Minnicelli, si distingue al punto che, dopo la battaglia, ottiene gli elogi di Garibaldi e la promozione sul campo da sergente, a sotto tenente. Ma sarà valoroso anche nella presa di Palermo ed in altri episodi guerreschi dove impegna tutto il suo coraggio e l’ardimento.
Il Senato di Palermo il 30 maggio 1864 gli conferirà la Medaglia de “I Mille” di, per il furto di cui si è detto, si conserva, nell’archivio della Biblioteca Minnicelli, solo l’attestato.
Finita la guerra, Luigi, torna a Rossano, ma la sua famiglia resterà a Genova. Egli se ne separerà non resistendo alla lontananza dalla sua Città e dalla sua gente. Arruolato con il grado di Ufficiale nelle Guardie Nazionali Nobili aggregate al 18° Reggimento di Fanteria, Battaglione Misto, di stanza a Catanzaro, come tanti altri garibaldini, vi rimarrà poco e cioè dal 1 agosto 1861 al 31 maggio dell’anno successivo. Di quel passaggio nelle file delle Guardie Nazionali Nobili, ne resterà visiva la traccia nel citato ritratto dove il Minnicelli in camicia rossa, raffigurato già anziano tal qual’era, porta sul berretto da ufficiale le insegne sabaude che evidentemente sostituirono la classica tromba di battaglione che simboleggiava le armate di Garibaldi.
Quindi a 35 anni, Luigi Minnicelli, congedatosi dall’Esercito, torna alla vita civile, dimorando, con la sua compagna fino alla fine, in una modesta casa situata lungo la scalinata che da Piazza Grottaferrata sale al Convento dei Cappuccini.
3. Il terzo ed ultimo paragrafo di questo mio ricordo, è destinato ad alcune domande, e relative risposte, che hanno l’espressa intenzione di attualizzare la figura del nostro Garibaldino per farne rivivere un virtuale quanto probabile alter ego.
Per aiutarmi a rispondere a questi interpelli impossibili, mi sono avvalso della collaborazione di mia figlia Anna ed, insieme, abbiamo disegnato questo ritratto altro di Luigi Minnicelli, costruendolo, di volta in volta, con le risposte apparentemente più probabili e attendibili.
D. Luigi Minnicelli, oggi, sarebbe da ascrivere tra gli Europeisti?
L. M. era un seguace di Garibaldi e, per quanto ne sappiamo, ne condivideva le idee universalistiche. Inoltre si sa che tra Garibaldi e Mazzini non ci furono, potremmo dire delle sostanziali convergenze ideologiche.
Infatti, il primo, era essenzialmente un soldato, un uomo d’azione, un pragmatico che seguiva un suo modo relativistico e gradualistico, di stampo tipicamente socialista, intriso di universalismo massonico.
Il secondo era il pensatore coerente che intendeva portare nella politica, l’astrattezza delle sue teorie repubblicane, democratiche e liberali.
Tipico del pensiero e dell’azione mazziniana era la concezione, ad esempio, dell’Unità d’Italia repubblicana e democratica, maturata molto tempo prima del suo avvento, mentre era già pronto ed intravisto, come evento in ulteriore divenire, il progetto dell’unità politica dell’Europa, attraverso quella sua creazione che fu l’associazione “Giovine Europa”, vera antesignana del moderno pensiero europeista.
L.M., da parte sua, si ispira a quei principi e a quelle teorie, ne respira gli umori, tra uomini molto più istruiti, colti e preparati di lui che, tuttavia, lo accolgono e lo rispettano, tanto da elevarlo al rango di compagno e di fratello.
Oggi, quindi, sarebbe possibile annoverare Luigi Minnicelli tra gli europeisti più convinti.
D. Luigi Minnicelli potrebbe essere definito un militarista?
Certamente egli combatté e si arruolò in diversi eserciti (quello dei volontari dei moti del “48; quello, già regolare di Garibaldi ed infine quello del Regno unitario). Ma lo spirito di quelle imprese era diverso da ciò che tradizionalmente vuole rappresentare la vita militare propriamente intesa. Lì si combatteva e ci si arruolava per un’idea di progresso e si viveva a fianco di idealisti cui non si poteva e non si doveva dare alcuna mercede.
A cose fatte, terminato il grande processo ideale, la vita militare sarà apparsa ben magra al nostro “Luigi” che, pur privo di mezzi economici propri, non vi si segrega per fare carriera nell’esercito e, men che meno, per sbarcare il lunario. Gli basteranno, infatti, pochi mesi per riflettere. Dal settembre del “60 al maggio del “61, poi, all’età di 35 anni, si congederà. Con ciò egli mostrerà il segno di una certa insofferenza per la vita militare e per il militarismo nonché, con il suo Generale, il segno stesso del dolore per la profonda delusione sopravvenuta agli accadimenti post unitari.
Non era, quindi, un militarista e non lo sarebbe neppure oggi anche se non lo potremmo annoverare, a mio avviso, tra i pacifisti ad oltranza come lo sono certi nostri contemporanei che, mutuando dal pensiero non violento, pretenderebbero (i migliori tra loro) di cambiare i rapporti di potere mediante l’accettazione dell’esistente, pur di non subire la deriva occidentale e capitalista che, per loro, sarebbe il prezzo (da non pagare) del riformismo.
D. Luigi Minnicelli era repubblicano o monarchico?
A questo interrogativo è meno gravoso dare una risposta se caliamo il pensiero illuminista e liberale nel coacervo delle tensioni che animavano il mondo risorgimentale. In quel contesto non tutti, ma di certo i più radicali tra loro, erano di fede repubblicana. Ma non mancavano i monarchici (primo fra tutti il Conte di Cavour) e non mi pare che si possa affermare, in maniera categorica, che non lo fossero pure i Toscano. Per altro verso l’appartenenza di quasi tutto quel gruppo alla massoneria, non è di per sé indice di una scelta in un senso o nell’altro, attesa la neutralità di essa rispetto a simili temi.
Quello che potrebbe essere l’indice di una crescente tensione filo repubblicana del Minnicelli, è dato da certi suoi comportamenti a noi noti. Fu decisamente anti borbonico e, poi, considerate le sue repentine dimissioni dall’esercito (dovute anche alla delusione post unitaria per la “piemontesizzazione” del Regno), vagamente anti savoiardo ma non fino al punto di rifiutare il proprio contributo alla campagna militare contro il brigantaggio.
Per ciò stesso, valutate anche la contraddittorietà di certi suoi comportamenti, oggi, non lo si vedrebbe bene tra le fila dei nostalgici della restaurazione della monarchia sabauda bensì non si potrebbe escludere che egli potrebbe essere idealmente vicino ad una forma di monarchia costituzionale di tipo anglosassone o scandinavo, in quanto ciò non sarebbe affatto in contrasto con la sua vena progressista e libertaria tratta dal pensiero e dall’azione risorgimentale.
D. Luigi Minnicelli era un laico?
Repubblicano o monarchico che fosse, comunque, egli era un uomo indipendente e per come dirò più oltre, un uomo libero.
Non si sentì di dover dipendere dalla comoda vita dello stipendiato di allora che benché non potesse definirsi agiata, gli avrebbe consentito, comunque, un’esistenza al di sopra della media. Di contro, non risultando che avesse proprietà o rendite (esclusa la pensione di ex garibaldino) egli visse di lavoro, sempre in rapporti con i Toscano, conducendo una vita assai modesta.
Per quei tempi era, diciamo così, un anticonformista che conviveva con la sua compagna (di cui duole essersi perso il ricordo anche del nome). Separato, di fatto, dalla sua famiglia che si era stabilita a Genova, ebbe costanti rapporti epistolari con essa e pur essendo molto lontana, l’andava a trovare quando poteva.
Inoltre dalla cronaca del suo funerale, (fatta da Graziani su “Gioventù Calabrese” – infra -) e svoltosi il 28 novembre 1903, non parrebbe essere stato assistito dai conforti religiosi ma da un grande concorso di popolo e dalla musica della banda che intonava l’Inno di Garibaldi, cosa che fa collocare il suo, di funerale, tra i rari di rito civile, celebrati nella nostra Città. Tale singolarità, a mio avviso, è da attribuire più al disprezzo che certe figure risorgimentali “socialisteggianti” avevano per i preti e per il loro apparato che a vero sentimento anti religioso. (“Il prete è l’assassino dell’anima …” diceva Garibaldi in una famosa lettera diretta al Popolo Italiano).
Il suo pensiero laico si materializzava anche attraverso il rifiuto della vita militare che, allora più che oggi, era assai costrittiva e imponeva regole molto severe non sempre compatibili con lo spirito libertario che lo animava, così come animava tutti i garibaldini e lo stesso Generale.
Infine l’appartenenza di Luigi Minnicelli alla massoneria era un ulteriore indice di laicità, di profondo convincimento della necessità di una separatezza tra stato e chiesa. Non dimentichiamo che il potere temporale dei Papi finirà con la presa di Porta Pia il 22 settembre 1870 e che senza la spinta del movimento laico italiano ed in primo luogo dei reduci garibaldini e della massoneria, non si sarebbe compiuto, forse mai, il progetto di Roma capitale. Così utilizzando correttamente tale chiave di lettura, si comprende meglio come il movimento laico nel nostro Paese e di conseguenza la massoneria, siano sempre stati osteggiati, quasi che non si sia mai perdonato loro, fino in fondo, di avere posto fine alla continuità del potere dei Papa Re.
In conclusione, il Minnicelli sarebbe anche oggi, sicuramente, un uomo di pensiero laico, libertario e liberale.
D. Luigi Minnicelli era un democratico ed un progressista?
Garibaldi lo era. Combattente per la libertà dei popoli e per la loro auto determinazione. Dirigente socialista con Costa ed il primo Bakunin ed eletto Gran Maestro della Massoneria Italiana, il Generale deve essere considerato un grande campione di democrazia.
In quei tempi, se i sentimenti nazionalisti portavano molti monarchici integralisti a condividere le idealità risorgimentali (ricordiamo per tutti i Principe di Lampedusa), diverse erano le collocazioni politiche di coloro che si battevano anche per una trasformazione delle stesse istituzioni politiche che, allora, in quasi tutta Europa, erano di stampo conservatore e di tendenze monarchiche assolutiste.
E’ indubbio che la più grande trasformazione istituzionale dell’Europa, avvenuta a cavallo tra la fine dell’ottocento e la metà del novecento, sia stata dovuta, da una parte all’evoluzione del pensiero democratico che ha rappresentato il motore dello sviluppo sociale e dall’altra alla tumultuosa crescita economica e del benessere sospinte dal liberalismo economico e politico. Ciò ha condotto in breve tempo al riscatto degli strati popolari più poveri ed emarginati ed alla vittoria della grande battaglia per la scolarizzazione (alfabetizzazione, prima, istruzione di massa, dopo).
E’ innegabile, quindi, che il Risorgimento, almeno in quella parte che si riconosceva negli ideali mazziniani, ha rappresentato un movimento di liberazione e di emancipazione delle masse oppresse e quindi un movimento progressista, pur con le sue ombre non certo secondarie (si pensi al dramma culturale che è stato rappresentato dalla confisca dei beni ecclesiastici che comportò, tra l’altro, la distruzione di una rete di luoghi della religiosità e della cultura, di irripetibile levatura, tra l’altro, unici al mondo)
Luigi Minnicelli, quindi, è da collocare in quel filone culturale e politico progressista (di non esclusivo appannaggio della sinistra storica) che tuttora pervade in modo trasversale questa nostra società civile.
D. Luigi Minnicelli era un tradizionalista? Amava la sua città d’origine e la sua terra? Viveva da isolato o da uomo sociale?
Questi ultimi quesiti rappresentano quelli più intimi ed allo stesso tempo quelli più insondabili rispetto ad una biografia del nostro personaggio che non è ricca.
Tuttavia Luigi Minnicelli deve essere considerato un uomo attaccato al suo passato ed al suo tempo. Conservò per lunghissimi anni, quasi con religioso rispetto, le sue insegne militari ed i suoi documenti di appartenenza (oserei dire di radice) e decise di affidarli (lui, solo, senza il conforto della famiglia che si era situata molto lontano da Rossano) al pronipote (tra tanti) che gli dava più affidamento riguardo alla conservazione di quel patrimonio. E non si sbagliava perché Maurizio prima e Corrado dopo, conservarono con religioso attaccamento i cimeli del Garibaldino (così lo si è sempre chiamato in famiglia) e li hanno voluti poi (a torto od a ragione) “eternarli” con una donazione al Comune. Egli, all’epoca della sua esistenza, ovviamente, non poteva immaginare tutto ciò. L’umile Luigi, pur se non avrebbe mai potuto sospettare che la Città gli avrebbe tributato grandi onori, aveva la consapevolezza di essere stato uno dei protagonisti di grandi avvenimenti di cui si sarebbe dovuto conservare la memoria. Egli, consapevolmente, questa volta sì, fece la sua parte operando affinché noi si avesse ancor oggi: la sua divisa, la sua spada, le sue medaglie, i suoi documenti e la gratitudine scritta del Generale.
Consegnò tutto ai posteri. La sua vita la diede alla sua Città, nella quale visse da povero ma con la dignità di chi è stato partecipe di grandi imprese. Visse in mezzo al popolo, nella sua piazza, dove soggiornava così di sovente, da essere registrato come testimone in numerosi atti notarili dell’epoca (la notizia la dobbiamo al carissimo Franco Ioele).
Uomo libero, quindi, affrancato, di buoni costumi che ha vissuto in mezzo ai suoi simili. Oggi lo definiremmo un “tipico animale sociale”, piuttosto che un misantropo inacidito dall’odio verso i propri simili ritenuti, superbamente, poca cosa.
Dopo le riflessioni che abbiamo fatto, le conclusioni definitive su come sarebbe oggi Luigi Minnicelli, traetele Voi, cari amici.
Noi vi abbiamo messo a disposizione, assai modestamente, delle notizie storiche e dei commenti personali, senza alcuna pretesa particolare e nel rispetto dell’immagine di un Uomo scomparso 100 anni fa ed ancora non del tutto dimenticato.
Avv. Amerigo Minnicelli