1961 – 2011
150° DELL’UNITA’ D’ITALIA
CONTRIBUTO DELLA MASSONERIA
Università Popolare – Biblioteca Minnicelli sbn
R.L. Luigi Minnicelli N.792 Rossano
<<Luigi Minnicelli e l’Epopea de “I Mille – Quadro Storico e attualità>>
15 gennaio 2011
Palazzo S. Bernardino
- 1. Il movimento “risorgimentale” va inquadrato nell’ambito di una cultura nazionale con prospettive federaliste ed europeiste e come tale contrapposta a quella regionale che aveva contraddistinto gli stati e staterelli italiani pre-unitari. Mazzini, Cavour, Cattaneo, lo stesso Garibaldi e tanti altri che hanno pensato e realizzato il Risorgimento italiano hanno pervaso il progetto di prospettive universaliste tratte dal loro percorso carbonaro ma sopratutto massonico. Da quest’ultima fonte comune e unificante, sono scaturite, tra le altre, le basi della Costituzione delle Repubbliche Americana, Francese e Napoletana nonché l’influenza sui maggiori istituti di politica internazionale e sulle singole nazionalità che si sono richiamate tutte, direttamente o indirettamente, alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Dalla Società delle Nazioni, alla Croce Rossa Internazionale; dal movimento scoutistico a quello rotariano, tutti sono ugualmente debitori nei confronti di pensatori come Montesquieu, Filangieri, Franklin, Pagano, Voltaire, Goete e tanti altri che, come loro, hanno preso posto, ciascuno nella propria Loggia, accanto a fratelli di diverso colore, di diversa religione, di diverso credo politico, uniti dal comune amore per l’umana famiglia.
Non interessano, qui, le questioni di politica di potenza che concretamente indussero il compimento dell’Unità d’Italia ovvero ne cavalcarono gli ideali bensì vale l’incidenza delle idee di unità nazionale che animavano gli intellettuali dell’epoca e che davano a quelle intelligenze l’esatta percezione della necessità (e potremmo dire della ineluttabilità) che si compisse quell’Unità nell’ambito di un disegno, se possibile, più ampio, tale da coinvolgere l’intero Vecchio Continente. Non deve vieppiù essere taciuto, ai fini della comprensione del tema che ci occupa che il Risorgimento italiano, passato attraverso i moti del 21, del 48 e compiutosi con la spedizione de “I Mille” nel 60, sicuramente subì influenze spirituali legate ad un filo che porta diretto all’età del Lumi e che ha tratto forza ed ispirazione dal pur breve ma intenso evento della Repubblica Partenopea del 1799 e dal decennio francese che ne seguì. Il sacrificio di Pietro Malena, massone e carbonaro, nostro concittadino che fu punto di riferimento istituzionale della Repubblica per la Calabria, sacrificio che si compì nel castello di Corigliano ad opera delle bande del Cardinale Ruffo incaricato della restaurazione del dominio borbonico, ebbe grande significato ed influenza sul futuro della nostra Città e comunità civica. Il decennio francese (1806-1815), poi, visse le Grandi Maestranze del Grande Oriente di Napoli, nelle persone dei reggenti Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat. In un simile contesto e fermento, le idee di libertà, uguaglianza, fratellanza propugnate e diffuse nella versione francesizzante della massoneria italiana, per un verso attecchirono nel fertile terreno dell’opposizione all’imperante tirannide e per altro verso fecero esplodere le contraddizioni interne alla massoneria stessa, divisa tra legittimisti e cospiratori. È appena il caso di ricordare che molti Calabresi e tra costoro molti rossanesi furono protagonisti di quelle vicende e delle successive trasfusesi nei moti sia del 1821 che del 1848 e infine nella spedizione de “I Mille”. La Massoneria, dal canto suo, presente in Calabria fin dal 1724 e sviluppatasi nel resto della Regione grazie anche all’iniziale azione del sacerdote Antonio Jerocades ed agli eventi successivi, intorno al primo decennio dell’800 subisce una sorta di scissione ad opera prevalente di un gruppo di ufficiali francesi dell’esercito di Murat i quali fondarono la Carboneria che assunse una caratteristica assai settaria. Diffusasi rapidamente nel resto d’Italia, presto si estenderà anche a tutta Europa, in prevalenza in Francia e Spagna. La Carboneria, secondo orientamenti storici prevalenti, era formata in gran parte da massoni con spiccate tendenze patriottiche che in tal modo, per un verso reclutavano un gran numero di adepti negli ambienti popolari e per altro verso tenevano mano libera nel senso delle attività cospiratorie anti borboniche che non erano loro consentite nelle Logge dove pur sedevano fratelli con diversi convincimenti sul tema dell’unità d’Italia.
A Rossano e a Corigliano a quel tempo, esistevano certamente due Logge massoniche la Federazione Achea e la Sala di Zaleuco dove si aveva la frequentazione anche della maggiore aristocrazia e forse anche di cospicuo numero di donne. Di tale presenza cospicua ne riferisce molto chiaramente il Ripoli nel suo bel resoconto “Pel Riscatto Nazionale” (1901) che è la cronistoria dei nostri luoghi a cavallo degli anni tra il 1794 e il 1840, tra umanesimo e politica. Più nel dettaglio, il Nisco, pure citato dal Ripoli, dice che la carboneria è <<parto della massoneria …>> e che <<a misura che la incorreggibile voglia dell’assoluto comandare cresceva … le associazioni fondate sul mistero divennero un espediente di guerra necessario ai popoli.>>.
Il Ripoli riferisce poi dell’esistenza di due Vendite Carbonare situate a S. Antonio tra le mura dell’ex convento e che: << Della numerosa associazione se ne ricordano i seguenti ascritti di maggior nome:
Scipione Camparota, canonico capitolare, dotto filosofo e teologo … suo fratello Baldassarre, dottore in giurisprudenza; Bonaventura Labonia; Giuseppe Barone, massone intransigente; Giuseppe Morici, autorevole per consiglio, utile per informazioni che gli pervenivano da Napoli, ov’era il suo figlio Domenico [padre di Antonio, generale al seguito di Garibaldi ]; Antonio Criteni, liberale fervente; Giuseppe Francalanza, medico-chirurgo; i fratelli Carlo e Giorgio Lettieri; gli ex ufficiali murattiani Diego De Russis, Giovanni Interzati; Raffaele Rapani; il Rizzuti; Giuseppe Malena [fratello del martire Pietro]; il barone Pietrantonio Toscano …
le vendite in Rossano erano parecchie e formavano l’alta vendita il cui capo o gran maestro era il concittadino Nicola Lefosse, uomo dotto, energico e volenteroso …
queste poche notizie – riferisce ancora il Ripoli – mi dava il sacerdote Camparota D. Vincenzo, figlio del citato carbonaro Baldassarre e confermate dal sig. Domenico Palopoli [anche lui, poi, al seguito di Garibaldi].>>
Ma la cosa ancora più importante è quanto ci tramanda il Ripoli in merito alla presenza femminile nel movimento. Infatti così continua: <<Ho detto che non mancavano a partecipare le donne nella Carboneria, ed è stato lo stesso D. Vincenzo Camparota a riferirmi che sua madre Nicoletta Amarelli e la baronessa Isabella De Rosis-Olivieri, moglie del nostro storico [parla di Luca De Rosis e del suo “Cenno storico della città di Rossano] furono coadiutrici instancabili dei carbonari rossanesi, nelle agitazioni dell’anno 20.>>
Quindi la Carboneria svolgeva un ruolo ben preciso che si svilupperà anche in seguito e cioè quello operativo. Infatti su un impianto di chiara ispirazione massonica sia nella terminologia che nella ripartizione in gradi per l’accesso alle cariche più elevate, innestava parole d’ordine, usi e lessici più semplici ed elementari tali da essere comprese e interiorizzate da un numero maggiore di persone. Non fratelli ma cugini si chiamavano gli adepti di base. Non il trinomio Libertà Uguaglianza Fratellanza bensì Libertà Uguaglianza Patria che stava a significare l’obiettivo primo della costituzione della nazione italiana. Orbene, ciò detto, non è facile sciogliere la questione se si debba parlare di protezione della Massoneria sulla Carboneria o di controllo. <<La Massoneria – osserva Giuseppe Gabrieli [“Dall’archivio Canosa: Massoneria e Carboneria” in Rivista Massonica N.9, dicembre 1978 pp. 582-586] – accoglieva ovviamente i galantuomini, mentre nella Carboneria troviamo braccianti che non potevano certo battersi per un’Italia unita o per la repubblica, ma miravano unicamente alla terra di cui una buona parte era in mano proprio ai galantuomini” e certamente nella delicata fase della dominazione napoleonica, la componente carbonara scalpitava nel senso della richiesta di una sorta di riforma agraria che non verrà, proprio per il sostegno dato al Governo da parte dei galantuomini proprietari terrieri i quali erano pertanto protetti sia dal Bonaparte che dal Murat. E certamente vieppiù non avrà giovato l’impiccagione di Vincenzo Federici di Altilia che era il capo indiscusso della Carboneria calabrese avvenuta nel 1813 ad opera della gendarmeria murattiana.
Tuttavia le cose italiane erano destinate, sotto tale punto di vista, a trovare una loro sistemazione anche dopo i moti del 1821, cui seguì la pax borbonica ottenuta in gran parte attraverso la cooptazione nel sistema governativo o in quello delle benemerenze, fossero terriere o onorifiche, degli ex militanti anti borbonici … … … Tale pax dura fino alla fine degli anni 30 laddove si avrà una trasformazione anche all’interno della Massoneria e il prevalere dell’idea rivoluzionaria sarà più dominante a causa della terribile repressione borbonica che unisce i più nella convinzione della necessità della cacciata dei Borboni stessi.
L’opposizione ai borboni resta affidata a tentativi generosi ma non bene organizzati, che portano alle dure condanne della Gran Corte Criminale di Cosenza per i fatti del marzo ’44, alla fucilazione dei fratelli Bandiera, alla repressione seguita ai moti di Reggio Calabria nel ’47. E tuttavia durante queste prove s’affaccia un gruppo di giovani, liberali e democratici, che offrono anche un bell’esempio di vita vissuta tra cospirazione e letteratura. Sotto la guida di Francesco De Sanctis poi daranno vita al movimento letterario e politico che il critico irpino definisce, appunto, “romanticismo calabrese” che manifesterà il grado di maturità ideale e politica negli anni ’48-60 e che vedrà, tra gli altri, impegnati Domenico Mauro, Biagio Miraglia, Giuseppe Campagna, Vincenzo Padula.
Intanto il fronte liberale e democratico si allarga, in Calabria, tanto che la costituzione che il re di Napoli concede nel ’48, convocando anche i comizi elettorali, non è altro che una presa d’atto, peraltro tardiva, della maturazione di nuove condizioni politiche. Il contenimento delle istanze democratiche e liberali che i Borboni contano di attuare ad elezioni concluse trova a Cosenza, dove vengono eletti al parlamento Domenico Mauro e Benedetto Musolino, l’immediata risposta del Governo provvisorio, presieduto da Giuseppe Ricciardi e in cui sono presenti anche il Musolino e il Mauro, mentre Biagio Miraglia dirige “Il Calabrese”, organo d’informazione ufficiale. E’ un momento di grande tensione ideale e politica, che vede l’esperimento di un governo liberale il quale però ben presto si rivelerà incapace di condurre a fondo la battaglia contro i Borboni, per l’articolata composizione sociale del gruppo dirigente. E’ un mese denso di avvenimenti quello della metà maggio metà giugno del ’48 a Cosenza , durante il quale i massoni della città fondano il Circolo Nazionale con Tommaso Ortale, Domenico Mauro, Federico Anastasio, Francesco Federici, Biagio Miraglia, Pietro Salfi. A Castrovillari svolge regolarmente i suoi Lavori la Loggia “Lagana”, con il sacerdote Raffaele Salerno, Muzio Pace, Carlo Maria Loccaso, mentre altre Logge e nuclei massonici lavorano a Rossano, Corigliano, a S. Demetrio Corone, a Lungro, a Spezzano Albanese, a S. Lorenzo, a Saracena, a Cassano, ad Amendolara, a Diamante e a Paola. Nella città di Catanzaro, nelle Logge si lavora con Domenico Angherà, i Greco, Gregorio Aracri, Eugenio De Riso, mentre a Nicastro frequentano i Templi di Hiram, tra gli altri, Giovanni Nicotera e Francesco Stocco. La Massoneria calabrese, in tutti i suoi Gradi, è ora manifestamente impegnata a sostenere l’esperimento rivoluzionario, assieme ai mazziniani, ai radicali come Musolino e Mauro e alle altre componenti del movimento liberale calabrese tra i quali Saverio e Gaetano Toscano e il giovane Luigi Minnicelli. Tuttavia L’epilogo del ’48 in Calabria provoca la caduta verticale della tensione ideale e politica che aveva animato la regione. La diaspora dei capi della rivoluzione verso i luoghi dell’emigrazione politica priva la Calabria degli elementi necessari alla ripresa immediata della battaglia contro i Borboni. Corfù, Malta, Marsiglia, Parigi, e ancora Genova, Torino, Firenze accolgono gli esuli calabresi che hanno modo di ripensare alle esperienze del passato e di prepararsi a nuove e più dure prove per la libertà, l’indipendenza e la democrazia nella prospettiva unitaria e nazionale.
Soprattutto a Genova gli emigrati politici calabresi compiono scelte decisive per il futuro del movimento liberale nel suo complesso. Qui i contatti con i capi della democrazia italiana, a cominciare da Agostino Bertani (in seguito a fianco di Adriano Lemmi futuro Gran Maestro), Carlo Pisacane, per finire a Mauro Macchi e Francesco De Sanctis, inducono gli esuli Musolino, Miraglia, Mauro, Mileti, Toscano, Minnicelli, per citarne solo alcuni, a prendere atto della necessità di coniugare i temi della indipendenza e dell’unità con quelli della democrazia e della giustizia sociale.
Le proposte di Cavour e dei Savoia, alla vigilia della spedizione dei Mille, per una soluzione “federale” della questione italiana (con tre regni del Nord (Savoia), del Centro (Papato) e del Sud da mantenere per i Borboni con la protezione inglese) incontra un vasto fronte di opposizione, in cui molti calabresi, massoni o vicini alla Massoneria, svolgono un ruolo di primo piano, a difesa del principio di nazionalità e di indipendenza anche se alcuni, come Stocco, non sono insensibili alle suggestioni della politica cavouriana connotata da una certa disponibilità verso quel progetto, articolato com’è e condizionato da rapporti internazionali che oggettivamente fungono da contenimento delle esigenze unitarie. Nicotera e Mileti, specialmente, premono per il ritorno immediato all’azione nel Mezzogiorno, in un confronto non sempre agevole con mazziniani, garibaldini e democratici avanzati come Musolino. La spedizione del Pisacane è da loro incoraggiata e sollecitata, mentre Bertani non nasconde le sue perplessità. Il Massone Nicotera è il calabrese più eminente al seguito di Pisacane, mentre Carlo Mileri (presente nella Massoneria napoletana post-unitaria), dopo il fallimento dell’impresa, si accosta al radicalismo di Bertani, divenendone il portavoce nel movimento garibaldino e in seguito nei primi anni di vita unitaria.
Dopo il ’57 il tema delle alleanze politiche necessarie per liberare il Mezzogiorno dai Borboni si svolge in direzione della partecipazione della democrazia italiana alla Società Nazionale col motto “Italia e Vittorio Emanuele”, che segna la scissione, da tempo maturata, tra l’intransigenza mazziniana e la disponibilità garibaldina alla collaborazione con il Cavour e la Casa Savoia, ma essa non varrà a sopire la diffidenza del primo verso i secondi. Così, una volta partita da Quarto la spedizione de “I Mille”, il cambio della rotta della flottiglia delle Camice Rosse dalla Sardegna – dove in effetti era attesa da quella savoiarda per esservi trattenuta, secondo quanto riferisce taluno ed anche il Saraceni (Terra mia – Ed. La Vedetta, CV 1926) – verso le coste della Versilia, nel Granducato di Toscana e quindi verso Telamone dove si rifornì d’armi e polveri, valse la possibilità di raggiungere l’approdo siciliano per come sarà ed avviare la liberazione del Sud dal dominio borbonico.
In tale contesto la rivoluzione del ’60 con la spedizione de “I Mille” si configura come il risultato di spinte divergenti all’interno del movimento garibaldino e non solo ma successivamente durante la “conquista”, nonostante i decreti di Garibaldi a favore dei contadini poveri, emanati in Sicilia e in Calabria (abbastanza incisivi quelli a favore dei contadini della Sila e dei Casali di Cosenza, dell’agosto del ’60), i rapporti sociali nelle campagne non subiscono alcun mutamento, specie dopo la partenza del Generale per Napoli. A Cosenza il Governatore Generale da lui nominato, Donato Morelli, vanifica gli effetti dei decreti garibaldini, chiamando a far parte del governo gli esponenti della grande proprietà terriera, come i Guzzolino.
I massoni, a liberazione avvenuta, sosterranno il plebiscito per l’annessione della Calabria al Piemonte, contribuendo ad avviare e a sostenere uno stato unitario già apparentemente privo di qualsiasi vera valenza riformatrice e ciò a dispetto delle più intime convinzioni del vecchio Cavour a quale succederanno una sequela di capi di Governo intrisi di burocratismo sabaudo e poco più.
Una storia quella della Massoneria in Calabria, prima e dopo l’Unità, in cui è dato rilevare, per dirla con Mola “la reciprocità necessaria” tra “Iniziazione massonica” e “Impegno politico” per la conquista della libertà e dell’indipendenza prima e per la difesa e l’espansione della democrazia dopo il 1860. Per essa il giudizio storico, specie degli storici massoni, non può ovviamente esprimersi in termini apologetici o di condanna, come non può delineare piste preferenziali tra i Lavori di Loggia trasformati in fenomeni socio-politici, ma va riferito al difficile tema della “secolarizzazione” della Libera Muratoria, senza perdere di vista <<i dettati delle Costituzioni di Anderson>> che vietano l’esercizio della politica nelle Officine, e senza peraltro trascurare che <<In molti casi – come nota ancora Aldo Mola – proprio l’organizzazione massonica fu il più efficace veicolo di politicizzazione, cioè di educazione ai principi ideali presupposti e costitutivi dei programmi di partito>>.
- Di Luigi Minnicelli, Ufficiale de “I Mille”, si è detto: <<Fulgida e splendida figura della gloriosa e fatidica schiera dei Mille… Prode soldato, avanzo della leggendaria schiera garibaldina … Quasi analfabeta fu fatto Ufficiale dal generale Garibaldi per merito di guerra>>. (Francesco Graziani nel ricordo fattone in occasione della morte, su “Gioventù Calabrese” – periodico rossanese dei primi novecento). Ancora si è detto che <<Fu un modesto figlio del popolo che fece egregiamente il suo dovere>> Gradilone, Storia di Rossano.
Di Luigi Minnicelli scrive anche Gradilone nella sua magnifica Storia di Rossano e pure ne scrivono altri autori che si sono occupati dei fatti d’armi delle “camicie rosse”. Così pure la già citata Gioventù Calabrese e la Nuova Rossano, rispettivamente, in occasione dei solenni funerali e nel Cinquantenario dell’Unità d’Italia, quando il 23 settembre 1912 venne deposta la bella lapide commemorativa del Risorgimento e dei fratelli Saverio e Gaetano Toscano, di Antonio Morici, di Domenico Palopoli e dello stesso Luigi Minnicelli.
In quel giorno vi fu un lungo discorso, riportato per intero dalla Nuova Rossano, svolto dal senatore Francesco Ioele nel corso di un’imponente manifestazione e corteo che si spinse fin sotto casa Minnicelli dove mio nonno Maurizio commemorò il Garibaldino, non senza averne raccolto, dopo la sua morte, quel che restava delle armi e delle insegne costituite dalla divisa, dalle tre medaglie che l’eroe portava in petto e dai preziosi documenti tra i quali una lettera di commiato data a Luigi personalmente da Garibaldi, dove il Grande Eroe dei Due Mondi scrive di <<sentirsi orgoglioso di avere simili soldati>> (la citazione è testuale dal Gradilone – infra – che evidentemente ne lesse il contenuto). Inoltre Luigi Minnicelli lasciò di sé un magnifico ritratto ad olio (di recente restaurato a nostre cure) che molti conoscono e che si trova nella biblioteca di famiglia. Il nonno e poi nostro padre Corrado conservarono gelosamente quelle memorie che ci hanno tramandato e che nel 1961, in occasione delle grandi celebrazioni del centenario dell’Unità d’Italia, vollero donare al Comune di Rossano.
Poco più che ventenne, Luigi Minnicelli è coinvolto dei moti del 1848 e partecipa alle riunioni di quella che era sicuramente una loggia massonica e che il senatore Francesco Ioele, nel già ricordato discorso, del 1912, definisce letteralmente una “specie di Circolo”. In quell’occasione, lo stesso senatore Ioele, riferisce che la fucilazione dei fratelli Bandiera, avvenuta nel Vallone di Rovito il 24 luglio 1844, fu la molla che accese l’animo del giovane Saverio Toscano il quale, nel 1847, partì per Napoli dove fondò, insieme ad altri, il Comitato Rivoluzionario Calabro/Siculo. Ne facevano parte, sicuramente, il sandemetrese Domenico Mauro, il Crispi ed il barone Marsico mentre, in Calabria, le riunioni si tenevano ad Acri in casa di Francesco Sprovieri dove, partecipavano Luigi Minnicelli e gli altri vicini ai Toscano. Quel Comitato Rivoluzionario avrebbe dovuto promuovere la rivolta prima a Messina, poi a Reggio ed a Rossano, poi ancora ad Acri ed a Cosenza e via, via nel resto del Regno. Nel 1848, però, Ferdinando di Borbone promulgava la Costituzione liberale cui seguirà la crescita del movimento unitario repubblicano che da noi continuerà ad avere nei fratelli Toscano, nel Morici, nel Palopoli, nel reverendo Bernardino Converso e nel Minnicelli, con altri, dei costanti punti di riferimento. Dopo i moti sopravvenuti al ritiro di quella Costituzione e i fatti locali di Campotenese dove avvenne lo scontro dei patrioti con le armate borboniche del generale Lanza, Luigi Minnicelli, condannato come molti altri personaggi politicamente più sposti, prenderà la via della fuga e dell’esilio. Dopo la partenza da Napoli a bordo di un mercantile francese, Luigi peregrinerà, prima a Marsiglia, poi in Corsica a Bastià e infine in Toscana, dove si ricongiunge con gli altri rossanesi Toscano, Morici e Mauro.
Ma a Genova fervevano i preparativi della spedizione del “I Mille” alla quale i Toscano non poterono partecipare pur foraggiando l’impresa stessa con mezzi e uomini. In tale contesto, non è escluso che proprio il Minnicelli fungesse da ufficiale di collegamento tra i Toscano a Firenze ed il quartiere generale garibaldino a Genova e con altri organizzasse l’operazione di cui si è detto presso la polveriera di Talamone.
L’altro rossanese, Antonio Morici, invece, era in Inghilterra e seppe in ritardo della partenza da Quarto e quindi raggiunse Garibaldi in Sicilia dove si distinse subito in numerose battaglie. Il suo valore gli valse, poi, nell’esercito regolare unitario la promozione al grado di Generale. Palopoli, l’altro amico fedele dei Toscano, dal canto suo, apprese dell’allestimento della spedizione garibaldina quando era a Parigi. Non fece in tempo ad arruolarsi e raggiunse Rossano dove, secondo il racconto del senatore Ioele e dello stesso Gradilone, fu nominato Sotto Governatore della Città. Allo stesso Palopoli, poi, è attribuita, in quella circostanza, l’istituzione (è ancora il Ioele che parla) <<della nostra benemerita Società Operaia, tra le più antiche del Mezzogiorno>>. Si uniro inoltre alla spedizione anche altri che vanno ricordati: Antonio Berlingieri che assurse al grado di Maggiore e Giuseppe Amantea che fu luogotenente del Corpo Garibaldino con il gen. Stocco …
A Calatafimi, Luigi Minnicelli, si distingue al punto che, dopo la battaglia, ottiene gli elogi di Garibaldi e la promozione sul campo da sergente, a sotto tenente. Ma sarà valoroso anche nella presa di Palermo ed in altri episodi guerreschi dove impegnerà tutto il suo coraggio e l’ardimento e dove troverà la morte Stanislao Lamenza di Saracena. Il Senato di Palermo il 30 maggio 1864 conferirà a Luigi Minnicelli la Medaglia de “I Mille” il cui attestato è custodito nell’archivio della Biblioteca Minnicelli.
Finita la guerra, Luigi, torna a Rossano e si arruola con il grado di Ufficiale nelle Guardie Nazionali Nobili aggregate al 18° Reggimento di Fanteria, Battaglione Misto, di stanza a Catanzaro, come tanti altri garibaldini, vi rimarrà poco e cioè dal 1 agosto 1861 al 31 maggio dell’anno successivo. Di quel passaggio nelle file delle Guardie Nazionali Nobili, ne resterà visiva la traccia nel citato ritratto dove il Minnicelli in camicia rossa, raffigurato già anziano, tal qual’era, porta sul berretto da ufficiale le insegne sabaude che evidentemente avevano sostituito la classica tromba di battaglione che simboleggiava le armate di Garibaldi.
Luigi Minnicelli morirà nell’anno 1903 e le sue spoglie riposano nel nostro cimitero.
- Sono numerosi, oggi, certi meridionalisti improvvisati (?) che pretenderebbero dimostrare che il Sud abbia avuto un grave danno dall’Unità e che quello avrebbe avuto miglior sorte se fosse rimasto sotto la bandiera borbonica. Niente di più errato. L’Unità d’Italia che si sarebbe, poi, definitivamente compiuta con la fine della prima guerra mondiale, fu un fattore straordinario di civiltà e di progresso.
Altra cosa è dire che a farne le spese maggiori fu il centro sud, comunque condannato al sottosviluppo da ragioni tanto profonde quanto ineludibili nel contesto di sviluppo europeo dell’epoca. Prova ne sia che anche allora, nell’Italia della prima metà dell’800, il divario tra le diverse aree esisteva già ed era mascherato, o appariva minore, solo per “merito” della generale e diffusa povertà dei mezzi di sussistenza. Non devono trarre in inganno nemmeno i dati macro economici dell’epoca, qui valutati nel già citato e prezioso volume di Luigi Saraceni “Terra mia” (cap. I) e dai quali traspare in modo non equivoco il divario allora esistente tra il “ricco” Regno di Napoli e il “povero” Regno di Piemonte. Tale divario finanziario è del resto attestato dai dati delle relazioni e dagli atti parlamentari dell’epoca nonché da altri illustri meridionalisti come Nitti e Fortunato padre e figlio. Tuttavia l’Unità d’Italia è stato fattore di progresso politico assolutamente positivo pur se innestato su una classe dirigente meridionale inadeguata fino alla quasi improduttività se solo si pone mente al fatto che nei primi 50 anni di governo unitario la maggioranza dei Ministri è stata sempre di origine meridionale (stessa fonte Saraceni).
A paragone l’economia meridionale sussistenziale pre unitaria era ben poca cosa e sarebbe stato assai improbabile, per i mezzi del tempo, che si sarebbe potuto realizzare, in quel contesto, quella rete di trasporti ferroviari e marittimi pensati dal vecchio Cavour per collegare quelle aree marginali con il resto del mondo civilizzato. A tale progetto si preferì tutt’altro, compresa la triste guerra coloniale prima e la grande guerra poi.
“Il Conte di Cavour – dice Saraceni nel già citato volume attingendo dagli appunti dello Statista pubblicati dall’On. Artom e trovati tra le carte di suo zio che fu segretario del grande piemontese – del Mezzogiorno voleva fare non la torpida appendice del Piemonte … Egli prima di tutto aveva pensato di correggere la disgraziata geografia d’Italia e per raggiungere questo scopo avea con l’intuizione del genio, ideato di liberare tutti i porti del Mezzogiorno dalle tasse portuali, di creare treni celerissimi che percorressero l’Italia da un capo all’altro. Volea valorizzare così i due più importanti mezzi di comunicazione – la strada ferrata e il mare – stabilendo tariffe bassissime atte specialmente ai trasporti delle merci povere e dei prodotti secondari.”
Ma ciò non avvenne e non avviene nemmeno oggi, perché l’Italia dal punto di vista politico, non è mai stata una sola cosa. Persino il Fascismo che con l’instaurata dittatura avrebbe potuto con maggiore facilità introdurre altri e nuovi meccanismi di sviluppo più favorevoli al meridione, aggiunse ai precedenti governi filo industriali altri governi in tutto simili, fornendo ulteriore linfa alla saldatura tra gli interessi crescenti dell’industria (bellica) del nord e quelli recessivi della rendita fondiaria meridionale, già ampiamente difesi dai precedenti governi post unitari.
Quindi l’interpello circa le causa del non sviluppo del Sud, dovrebbe essere rivolto, virtualmente, per primi 100 anni di vita della nostra Nazione, in primo luogo, alla classe politica meridionale. Per quanto attiene agli ultimi 50 anni lo spettacolo della ulteriore disgregazione del Sud rappresenta la vera tragedia storica, atteso che si sono falliti tutti gli obiettivi che la Nazione si era posto innanzi, primo fra tutti quello di fermare l’emigrazione.
Al contrario nel Centro Europa del secondo dopo guerra e nel centro-nord dell’Italia, lo sviluppo economico e sociale toccherà grandi vette e coglierà in pieno lo sviluppo economico “programmato”, assecondando le idee guida dei postumi della rivoluzione industriale iniziata oltre un secolo prima. Non fu un caso che quello stesso centro-nord, a guerra ultimata e a democrazia ristabilita, grazie anche agli aiuti degli USA con il Piano Marshall, poté avvalersi del lavoro di fabbrica milioni di lavoratori giunti da tutta la periferia meridionale. A noi, di quel Piano, restarono solo le carcasse dei camions militari.
Cosa avrebbe potuto, mi chiedo, il “povero” Regno delle Due Sicilie di fronte ad eventi di tal portata, se non soccombere anch’esso sotto il “tallone” dell’enorme ricchezza industriale centro europea? Oppure la classe politica borbonica sarebbe stata diversa da quella che poi siederà sui banchi del parlamento di Torino e di Firenze prima e di Roma poi? Credo proprio di no, a meno che il Principe di Saline, per bocca di Tomasi di Lampedusa, avesse torto a dire che “qualcosa doveva cambiare affinché non cambiasse nulla”.
Quella fu la nostra vera classe “dirigente” e, forse, lo è ancora.
In conclusione, si può dire che le idee portate avanti dai mazziniani e dalle altre forze intellettuali dell’epoca, pur se affievolite nelle loro aspirazioni politiche più radicali, si compirono in un disegno apparentemente molto più diretto allo sviluppo della Nazione nel suo complesso, di quanto potesse esserlo la situazione di permanenza dei singoli stati regionali preesistenti, salvo la constatazione che a fare le spese maggiori di quello “sviluppo”, come detto, sia stato proprio il Mezzogiorno d’Italia.
- Infine vorrei introdurre alcuni elementi di riflessione scaturenti da una considerazione di Aldo Mola nella sua fondamentale “Storia della Massoneria Italiana dalle origini ai nostri giorni”, Ed. Bompiani 1992, a sua volta commentata, da Paolo Alatri, saggista e uomo politico, già deputato del PCI, nella prefazione al testo del Mola.
Mola sia nella introduzione che nella post fazione dell’opera esprimeva una forte perplessità su certi coevi studi storiografici risorgimentali, come quelli editi da Einaudi “Storia d’Italia” oppure su “Storia dell’Italia moderna” di Giorgio Candeloro e “Storia d’Italia dall’Unità ad oggi” di Giampiero Carocci, i quali testi, tutti autorevoli, trascuravano del tutto la Massoneria e il suo ruolo nelle vicende italiane e il Mola stesso indicava “nella povertà di adeguate ricerche particolari e settoriali da parte di quegli autori ai quali sono mancati gli elementi necessari e gli stimoli opportuni a trattare un argomento così determinato e specifico; nella carenza di documentazione e di adeguato materiale a stampa facilmente disponibili ed infine e soprattutto nella diffusa timidezza ad affrontare storiograficamente un tema che troppi giudicano esotico, quasi una “stranezza”, una “mania”, un argomento insomma da letterati o da dilettanti d’erudizione,” le ragioni profonde di tali omissioni.
Alatri riprendendo le ragioni di Mola e facendole proprie, ne aggiungeva un’altra che secondo lui sarebbe stata dirimente. In sostanza, egli attribuisce la detta “trascuranza storiografica”, alla difficoltà di definire in modo coerente il senso unitario della partecipazione della Massoneria alla vita politica, civile e intellettuale dell’Italia risorgimentale e soprattutto post risorgimentale. Tale difficoltà sarebbe dimostrata dall’imponente lavoro di documentazione di Mola, dal quale emergerebbe che nella massoneria, al contrario di quanto si presuppone, non è quasi mai avvenuto che le decisioni prese dall’alto siano scese verso il basso, come in una catena di comando rigida e coesa. Al contrario, sulle principali questioni politiche nazionali, il fronte massonico si sarebbe presentato quasi sempre disunito. Da ciò sarebbe disceso – sempre a parere di Alatri che riporta l’opinione di Giampiero Carocci nel suo “Giolitti e l’età giolittiana” – che a cavallo della prima guerra mondiale, la crisi politica del ceto liberale (che in passato era coeso anche grazie alla fondamentale funzione di saldatura operata dalla Massoneria), divenne insanabile, trascinando con sé anche quella politico-istituzionale, con tutte le conseguenze del caso, guerra e ascesa del Fascismo comprese.
Quindi, conclude Alatri, che la massoneria per esercitare tale funzione di coesione verso quello stesso il ceto dirigente liberale, avrebbe dovuto mantenere altrettanta coesione interna al punto da determinare un’azione efficace e (ottenere così) adeguati risultati che le avrebbero potuto far meritare quell’attenzione viceversa (giustamente!?) negatale dalla citata storiografia.
A distanza di quasi vent’anni da quella polemica anche se certe lacune è sembrato essere state in parte colmate, l’argomento resta degno di nota.
Tuttavia non ci pare possibile accettare tale tesi che trae in errore Alatri (e quanti altri) allorché trattano il tema dell’influenza della massoneria sui grandi fatti politici nazionali, in termini di forza d’urto. La Massoneria, come ha bene dimostrato Mola, di norma non è e non può essere un corpo unito e politicamente solidale perché, per un verso nelle Logge e nella Gran Loggia è escluso che si compiano siffatte ricerche e per altro verso i vertici non sono deputati a mettere d’accordo i fratelli sulle questioni politiche o sociali della nazione. Diversa è la posizione del massone che ha un personale rilievo negli affari di Stato. E diverso è ancora il fatto se capita a più massoni, nello stesso tempo e luogo, d’avercelo, tale rilievo, come accadeva accadere nel corso dei primi sei decenni d’Unità d’Italia. In quel caso delle due l’una: o quei fratelli massoni ricevevano istruzioni e ordini dal vertice del GOI (ma ciò non risulta mai da alcun documento) oppure essi erano liberi di agire nel modo che fosse sembrato a loro migliore (nel senso dei principi universalistici della massoneria) e il fatto che si trovassero tutti d’accordo o tutti in disaccordo era assolutamente privo di pre determinazione organizzativa (fino a prova storica del contrario). In entrambi i casi, però, noi siamo dell’avviso che l’operato di quegli uomini iscritti alla massoneria abbia coinvolto, nel bene e nel male, il nome dell’istituzione massonica di appartenenza. E in tal senso, da storico, sbaglia chi non ne tenesse conto al pari del, o dei politici laici o cattolici, di fronte, ad esempio, ad un tema sensibile sotto il profilo etico-religioso, rispetto all’ideologia religiosa.
Viceversa, quando tale influenza organizzativa della massoneria sulla politica di Stato, si dovesse manifestare, si dà il caso che essa operi una deviazione dal suo alveo naturale e istituzionale perché è inciso nelle Costituzioni di Anderson (o Antichi Doveri), quanto la massoneria debba o non debba fare rispetto agli affari di Stato. Difatti, in base a quei principi universalmente accettati in ambito massonico, essa altro non è che un contenitore di idee universali e di uomini liberi che sono alla ricerca di se stessi e della verità e non di scrivere, o peggio, di fare la storia in nome della massoneria. Semmai sono gli stessi uomini/massoni che possono produrre quell’incisione e giammai l’organizzazione massonica.
In altra sciagurata opzione, bisognerebbe invocare una massoneria basata sul “pensiero unico o mò di stato etico”, attorno al quale schierare un corpo militante e operante sotto l’egida di un capo che diviene una sorta di “amministratore delegato”, simulacro o feticcio del Gran Maestro e degli altri Grandi Dignitari. Non è escluso che idee siffatte possano albergare o addirittura farsi spazio nell’ordine e persino che si possano ottenere anche dei risultati … ma in tal modo verrebbe tradita l’idea fondante e tradizionale della Massoneria, senza contare che tutte lo volte che si è arrischiato di fare ciò, qualcuno è inevitabilmente finito sul Libro Nero della massoneria e, talvolta, anche sul libro matricola di qualche Tribunale, civile e penale.
Mola sa benissimo tutto ciò e da studioso laico della materia non poteva (e non doveva) giungere alle conclusioni tratte da Alatri il quale, evidentemente, partiva, nel caso trattato, da punti di vista molto distanti dal vero.
Chi non comprende queste cose non potrà mai capire come sia stato possibile, ad esempio, che un giudice massone come Antonio Salvotti, abbia potuto condannare il suo fratello altrettanto massone Silvio Pellico ad una dura prigionia per reati ideologici previsti dal Codice Asburgico dell’epoca. Noi rispondiamo che proprio perché era Massone non si è sottratto all’obbligo di applicare la legge del suo tempo e del suo Paese.
Oppure, su un altro versante, come sia stato possibile che il Presidente Salvador Allende, massone convinto, sia appartenuto alla stessa Loggia del fellone generale Augusto Pinochet che inviò la sua soldataglia ad ucciderlo. Ebbene, quando il massone Allende con il mitra in braccio e rifiutando il salvacondotto estero, lancia al traditore e spergiuro la sua storica invettiva, lo fa sì, accusando di fellonia e spergiuro il Comandate in Capo delle Forze Armale cilene perché mandante dell’uccisione del Capo dello Stato cileno ma soprattutto la lancia al massone che violando la legge e commettendo omicidio infrange il giuramento di rispettare la legge e la vita di tutti gli esseri umani, giuramento prestato sul Libro Sacro.
Avv. Amerigo Minnicelli