Scritti e Saggi

Ripercorrendo il Risorgimento

venerdì, 3 giugno 2011

Ripercorrendo il Risorgimento…
Resurrezione di ideali sopiti. Rinascita di antiche forme di pensiero. Ritrovato vigore intellettuale.  Libertà.  Ardore.  Sacrificio.

Tante sono le espressioni che possono attagliarsi al concetto di Risorgimento; tante le parole che possono esprimere idee e sentimenti che animarono lo spirito di uomini e donne di quel periodo della nostra storia, malgrado Essa – sempre maestra di vita, anche se spesso “ammaestrata”,almeno nei documenti ufficiali, dai vincitori – abbia nascosto e continui a nascondere, in pieghe ombrose, fatti e misfatti di quel seppur luminoso momento!Il fatidico 150° anniversario dell’unità nazionale continua a segnare celebrazioni ed eventi, nel corso di questo 2011 in cui emergono fatti nuovi che gettano nuova luce su accadimenti troppo spesso supinamente dati per buoni ed esclusivi da una storiografia ufficiale, ormai desueta.Retroscena incredibili, situazioni straordinarie, calcoli cinici, misfatti orrendi stanno affiorando pian piano, alla superficie di una diffusa conoscenza, per raccontarci di un’Italia a più facce, dove un manipolo di menti giovani e fresche – infiammate da solenni maestri quali Dante, Petrarca, Foscolo e Manzoni, passando per Guicciardini, Machiavelli e credenti nella comune storia di un popolo, storicamente vessato da dominazioni straniere, e perciò in dovere di reclamare la sualibera unità – opponeva pensieri ed azioni alla matematica arida del bisogno di uno stato che necessitava di rimpolpare finanze esauste con azioni anche guerresche. In mezzo, i tentativi fantasiosi, spesso intelligenti o furbi di una borghesia che, come espressione sociale di istanze economiche, agiva per il tornaconto e il consolidamento del proprio stato e potere.In questo caleidoscopio socio-antropologico, etico e politico l’Arte fissava nei brani dei romanzi storici, nei versi della poesia civile, nelle note dei drammi musicali e nei tratti della pittura e scultura dei soldati-artisti, i fermenti, le speranze, i dolori di quanti, teorici o attivisti, presero parte con le braccia e la mente ai moti risorgimentali.Le monumentali sculture di Puttinati e Vela inneggianti a Masaniello e Spartaco; i dipinti di Hayez, Fattori, dei fratelli Induno, di Lega,
Borroani, Pagliano, Faruffino, Cammarano, Liardo e Sciuti che – nel ritrarre storiche battaglie, folle impegnate in moti di rivolta – fissavano sulla tela la viva ed intima umanità che partecipava a quegli eventi, parlano ancora oggi di vivaci aneliti, di fatti straordinari che avrebbero segnato la Storia ma che, in quel momento, coinvolgevano sentimenti, emozioni, ideali di persone che
pure vivevano una “semplice” quotidianità in cui erano ingredienti, ieri ed oggi, gli affetti familiari, la vita di ogni giorno, le gioie, le angustie del vissuto quotidiano, reso straordinario dall’unicità del singolo individuo e dalla sua personale e sensibile esperienza.

… L’Arte di sei Maestri Contemporanei
Ed oggi come ieri, l’Arte non viene meno al suo ruolo, nel celebrare l’anniversario, facendo rivisitare e rielaborare alla sensibilità umana ed artistica del nostro tempo, alcuni speciali documenti d’epoca:
le cartoline storiche del Fondo d’Apolito, custodite presso la Biblioteca Nazionale di Cosenza, a cui gli artisti Franco Bitonti, Carmine Cianci, Maria Credidio, Ombretta Gazzola, Luigia Granata e Lucia Paese si sono ispirati per la realizzazione delle opere presentate in questo catalogo.
Oltre che d’ispirazione, gli Artisti hanno, in un certo senso, compiuto una vera e propria opera di intreccio fra la rappresentazione storica e quella contemporanea del Risorgimento, offrendo una composita lettura del fenomeno in cui si amalgamano elementi concettuali e visivi del passato e del
presente, di quanto è stato rappresentato, o voluto rappresentare, storicamente e di quanto, invece, è venuto fuori in seguito ad un’elaborazione derivante dalle singole sensibilità. Pertanto, le
caratteristiche concettuali, espressive e stilistiche di ogni Artista hanno portato ad una personale rappresentazione dell’epopea risorgimentale. L”Introspezionismo” – di cui è cofondatore – e che distingue
la più recente produzione, insieme al pervasivo desiderio di libertà espresso con gli ormai ologrammatici cavalli, fanno denunciare a Franco Bitonti una sorta di moda del patriottismo, a scapito di un sentimento
reale e interiore che dovrebbe animare il vissuto quotidiano ed ogni circostanza che riguarda il Paese.
Le inclinazioni alla sperimentazione e alla rappresentazione della poesia visiva e della scrittura materica, fuse con l’interesse antropologico, guidano Carmine Cianci a rappresentare gli aspetti squisitamente umani e quotidiani della “normale” collettività, protagonista autentica del fenomeno risorgimentale.
L’incessante ricerca morfologica, cromatica e le continue e diverse espressioni stilistiche fanno concentrare l’attenzione di Maria Credidio sulla figura di Garibaldi e il senso profondo di libertà che promana dalle
istanze ideali del Risorgimento. L’occhio fotografico, l’attenzione allo sguardo e la ricerca innovativa di materiali e linguaggi conducono Ombretta Gazzola a ricercare nella controstoria – non-scritta o appena raccontata – di umili, lazzari e popolo e soprattutto il fondamentale contributo delle donne
al Risorgimento, prima fra tutte Eleonora Pimentel. L’esplosiva solarità di forme e colori e l’estrema varietà delle materie fanno scegliere a Luigia Granata di accostare le figure simboliche del Risorgimento (Cavour, Garibaldi e Mazzini) ai significati del tricolore. L’armoniosa alchimia fra novità e tradizione e la predilezione di forme e sostanze espressivo-figurative indirizzano Lucia Paese ad affrontare il tema della memoria, in cui i fili e le trame dei sacchi usati nei suoi dipinti diventano quelli della storia che
s’intreccia all’attualità.
Presente e passato che si ritrovano contigui e sovrapposti, grazie all’Arte.
Storia e contemporaneità che prendono forma di poesia, grazie alla materia e al colore.

Adele Filice


Ripercorrendo il Risorgimento

venerdì, 3 giugno 2011

Ricorre in questo anno il 150° Anniversario dell’Unità d’Italia.
La Città di Acri vuole rendere omaggio a questo importantissimo capitolo
di storia nazionale ospitando la mostra itinerante “Ripercorrendo il
Risorgimento” di sei maestri contemporanei: Bitonti, Cianci, Credidio,
Gazzola, Granata, Paese. Le opere, in mostra alla Biblioteca Nazionale
di Cosenza dal 17 al 29 aprile 2011, transiteranno ad Acri per essere
esposte nella “Sala delle Colonne” del Palazzo Sanseverino-Falcone dal
2 giugno 2011. Gli artisti, attraverso la rielaborazione di cartoline d’epoca
appartenenti al “Fondo D’Apolito” della Biblioteca Nazionale di Cosenza,
si rendono interpreti del nostro Risorgimento, dei valori civili, morali ed
etici che accompagnarono il processo di unificazione nazionale. Gli stessi,
attenti osservatori dei mutamenti storici, sociali e culturali ci restituiscono,
attraverso linguaggi stilistici ed espressivi diversi, uno spaccato del nostro
passato senza trascurare la dimensione storica ed artistica del nostro
presente.
Assessore alla Cultura
Dott.ssa Anna VIGLIATURO
Sindaco
Sen. Gino TREMATERRA


Ripercorrendo il Risorgimento

venerdì, 3 giugno 2011

La Biblioteca Nazionale di Cosenza ha inteso dedicare la XIII
Settimana della Cultura alla rivisitazione degli avvenimenti, dei luoghi e
dei personaggi che hanno reso possibile la tanto sospirata unità nazionale.
Dal contributo delle minoranze arbëreshë, ebraiche ed evangeliche,
alla rappresentazione teatrale sull’eccidio dei Fratelli Bandiera, al
ruolo dei Savoia e dei Borbone; ogni tema è stato oggetto, nel corso
della Settimana – 9/17 aprile – di dibattiti, conferenze,mostre bibliografiche
e documentarie. Dal “Fondo d’Apolito”, in possesso della Biblioteca,
sono state proposte in mostra cartoline postali d’epoca, colorate
a mano, datate tra il XIX e XX secolo, che riproducono scene di guerre
di conquista, la campagna napoleonica, le guerre libiche, la nascita del
Corpo degli Alpini, i momenti salienti del percorso storico risorgimentale.
Quest’ultimo ha sensibilizzato e stuzzicato l’estro di artisti – Franco
Bitonti, Carmine Cianci, Maria Credidio, Ombretta Gazzola, Luigia Granata
Lucia Paese – che hanno realizzato originali opere pittoriche, ispirandosi,
ognuno secondo la propria tecnica, al soggetto delle dette
cartoline. Il risultato, fortemente apprezzato da numerosi visitatori, è un
felice incontro tra modi e tecniche diverse di realizzazioni artistiche.
Direttore Biblioteca Nazionale di Cosenza
Dott.ssa Elvira GRAZIANI


“Quell’8 Settembre…” recensione di Gennaro Mercogliano

domenica, 8 maggio 2011

Chi scrive un libro di verità mette in gioco naturalmente se stesso. Questo nobile gesto ha compiuto Corrado Minnicelli nell’interpretare il suo lavoro letterario uscendo, per così dire, extra moenia.

Dalla valentìa che lo ha reso indiscusso principe del Foro, dirigente politico di vaglia, giornalista à la page, al cimento narrativo il passo è breve, se si hanno i mezzi per affrontare una fatica inusuale nell’“aringo rimaso”.

“Tutto lo scrittore – sosteneva un celebre purista amico di Leopardi, Pietro Giordani – sta nella lingua e nello stile. La lingua sono i vocaboli e le frasi. Lo stile è la distribuzione delle idee, la collocazione dei segni. Se la lingua fosse pittura – aggiungeva – diremmo che i vocaboli e le frasi sono colori di questa natura; lo stile ne è il colorito”.

E non v’è dubbio che, a parte il colorito (la retorica che lui aborriva), don Corrado, padrone della lingua, di stile ne avesse parecchio: galantuomo autentico, amabile nel sorriso, pronto nelle decisioni, accuratissimo nell’agire, capace di sintesi sostanziali del pensato e del vissuto; attento “alla realtà effettuale” senza machiavellismi, a quella che raccomandava ai figli essere “la sostanza delle cose”, io lo ricordo incedere sicuro, un po’ flesso, elegantemente, sul fianco, in piazza SS. Anargiri, il cappello un po’ malandrino sul suo cranio lunare, portato in trionfo all’uscita dal Tribunale da gente cui aveva reso giustizia nel processo. Un principe borghese che cammina in mezzo alla folla, e perciò uno scrittore, secondo la definizione di Thomas Mann o il ritratto che ne faceva Charles Louis Philippe in Bubù de Montparnasse, il quale, meglio di chiunque altro, chiarisce come la vita si travasi nell’opera: “Uno che cammina porta con sé tutte le cose della sua vita e le rimescola nella testa”, per dar vita, diciamo, alla parte immortale di sé, il libro, l’estensione infinita della vita stessa, mai compiuta nel suo bisogno di perfezione.

Corrado Minnicelli, considerandolo esclusivamente dal punto di vista dello scrittore, meritava questo prologo, e lo meritava anche questo libro, vero e prezioso.

Libro di verità – come si diceva – più che di invenzione; e comunque misto di verità e d’invenzione, orbitante, per questo, nella sfera del romanzo, ma più prossimo al genere del racconto realistico per qualità e quantità di scrittura. Un racconto lungo fatto dall’interno dell’evento biblico da un ufficiale del Regio Esercito, testimone sollecito ai destini della Patria e all’assuefazione, pur nel disagio e nel generale sbandamento delle coscienze, delle proprie idee e d’una propria concezione della guerra, fondata sulla resistenza, sulla ricostruzione, sul progresso sociale, sulla fratellanza e sulla pacificazione universale.

Il titolo, Quell’8 settembre, propone, con il dimostrativo della individuazione determinata e della lontananza, “quello”, la duplice istanza letteraria dello scritto: nella direzione del realismo, appunto (proprio quell’8 settembre) e della memoria, che fissa quel lacerto cronologico in un punto sacrificale, che vorrebbe trovarsi lontano dal dolore, e che però permane in modo lancinante presente all’appello della memoria.

Gennaro Mercogliano


Ai miei figli, ai miei studenti, a tutti i giovani

domenica, 1 maggio 2011

Non subite
 il rinnovamento forzato,
distaccato dal passato,
sequestrate  le clientelari intenzioni
di coloro che sbandierano parole  vane
e sedimentatele.
Senza rimanere nella gabbia intrappolati,
guardate distaccati l’effimero canovaccio
che spesso a voi  si presenta:
osservate, ipotizzate, analizzate.
Rinvigorite ciò che è stato costruito
nella trasparenza e nel confronto,
consegnate  il patrimonio dei saperi
e fate dei morti di lotte e di guerre
uomini dalle ossa impregnate di orgoglio.
VOI e SOLO VOI potete ricomporre
 l’ ITALIA

Ornella Mamone Capria

 


…Rassegna cinematografica sull’Unità d’Italia

martedì, 1 febbraio 2011

 

La Biblioteca Minnicellil’Auditorium Alessandro Amarelli organizzano nell’aula Magna dell’  Istituto Falcone-Borsellino, partner dell’iniziativa :

                                                                                   

150   ANNI   UNITA’     d’ITALIA

 L’ITALIA   IL RISORGIMENTO E IL CINEMA

 Rassegna cinematografica

 

L’Italia compie 150 anni e la celebrazione dell’anniversario diventa testimonianza di un messaggio di identità e di unità nazionale.

Nel quadro del Risorgimento, dei moti rivoluzionari del ’60 con la leggendaria spedizione dei Mille guidata da Garibaldi e di quelli precedenti del ’20 e del ’48, la nostra regione ha apportato un notevole contributo di uomini, di sacrifici e di sangue, illusioni, delusioni, ideali obliati o divenuti troppo magmatici, nel mare degli interessi vecchi e nuovi.

Questo è il motivo che ci ha spinto verso l’idea di impegnarci non a celebrare o commemorare, certo anche questo, ma  ad offrire  materiale per una rivisitazione in chiave critica dell’evento; noi consideriamo  più che mai attuale una “rivisitazione” perché, nonostante siano trascorsi 150 anni dall’unità d’Italia, sono ancora presenti enormi problemi da risolvere – “la questione meridionale” – per giungere ad una completa unificazione tra il Nord e il Sud del Paese.

Azzardo una osservazione del prof. Franco Amarelli,  da me condivisa e che  vi offro per una vostra considerazione: “L’ Italia è stata unita, paradossalmente, dall’avvento della televisione negli anni ’50”, e permettetemi di aggiungere: televisione allora, seria, certo non cattiva maestra, come oggi.

Certo ricordare quanti hanno combattuto per l’unità nazionale è   segno della coscienza della propria storia; il valore attuale è dato dal considerare i personaggi dell’unificazione come rivoluzionari e uomini che reagiscono contro il sistema, decidendo di unirsi,  nella ricerca di un cambiamento.

La Biblioteca Minnicelli e l’Auditorium Alessandro Amarelli, a fronte di queste  considerazioni, hanno  pensato di  proporre agli Istituti Superiori della città, di indagare sui fatti storici usando il cinema come documento storico sapendo come il film sia da considerare come una rappresentazione, una finestra sul mondo, con tutte le deformazioni, tutti gli errori di prospettiva che risultano “  dai limiti, dalla forma della finestra” ( Sorlin).

Il tutto viene comunque ricondotto ad una storia che si narra, ad un racconto di eventi nella cui forma e struttura la tradizione del discorso storico (del discorso sulla storia) viene raccolta e riorganizzata nel discorso filmico, a sua volta costituito da proprie regole e da un proprio materiale  espressivo.

Il rapporto tra Cinema e Storia trova un comune spazio di pratica nel racconto  poiché  esso è il veicolo dei fatti:  mette in successione gli eventi ordinandoli secondo una logica di concatenamento delle cause con gli effetti e riproduce,  in definitiva, le dinamiche degli accadimenti quotidiani.

Nel proporre i film in rassegna, che ci vedranno insieme per 6 puntate, vi inviteremo a  tenere  conto  dei quattro aspetti necessari allo studio del cinema come fonte didattica:

-         studio della realtà filmata

-         ricerca del committente

-         analisi del modo di raccontare

-         valutazione ideologica

 E questo sarà il nostro lavoro per il tempo che “visioneremo” insieme.

 Durante l’estate, poi, la rassegna continuerà all’Auditorium Alessandro Amarelli, con l’inserimento di altri film e con interventi nei quali  potrete essere autori; in quale modo, lo decideremo con voi e con i vostri insegnanti.

 Tutti i film della rassegna sono tra loro collegati dal filo degli eventi della storia:

dalla rivoluzione napoletana con il film “Il resto di niente” della regista Antonietta De Lillo al compimento dell’unità italiana con “1860” film di Blasetti.

 

Ombretta Gazzola

 


sabato, 15 gennaio 2011

1961 – 2011

150° DELL’UNITA’ D’ITALIA

CONTRIBUTO DELLA MASSONERIA

Università Popolare – Biblioteca Minnicelli sbn

R.L. Luigi Minnicelli N.792 Rossano

<<Luigi Minnicelli e l’Epopea de “I Mille – Quadro Storico e attualità>>

15 gennaio 2011

Palazzo S. Bernardino

  1. 1. Il movimento “risorgimentale” va inquadrato nell’ambito di una cultura nazionale con prospettive federaliste ed europeiste e come tale contrapposta a quella regionale che aveva contraddistinto gli stati e staterelli italiani pre-unitari. Mazzini, Cavour, Cattaneo, lo stesso Garibaldi e tanti altri che hanno pensato e realizzato il Risorgimento italiano hanno  pervaso il progetto di prospettive universaliste tratte dal loro percorso carbonaro ma sopratutto massonico. Da quest’ultima  fonte comune e unificante, sono scaturite, tra le altre, le basi della Costituzione delle Repubbliche Americana, Francese e Napoletana nonché l’influenza sui maggiori istituti di politica internazionale e sulle singole nazionalità che si sono richiamate tutte, direttamente o indirettamente, alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Dalla Società delle Nazioni, alla Croce Rossa Internazionale; dal movimento scoutistico a quello rotariano, tutti sono ugualmente debitori nei confronti di pensatori come  Montesquieu, Filangieri, Franklin, Pagano, Voltaire, Goete e tanti altri che, come loro, hanno preso posto, ciascuno nella propria Loggia, accanto a fratelli di diverso colore, di diversa religione, di diverso credo politico, uniti dal comune amore per l’umana famiglia.

Non interessano, qui, le questioni di politica di potenza che concretamente indussero il compimento dell’Unità d’Italia ovvero ne cavalcarono gli ideali bensì vale l’incidenza delle idee di unità nazionale che animavano gli intellettuali dell’epoca e che davano a quelle intelligenze l’esatta percezione della necessità (e potremmo dire della ineluttabilità) che si compisse quell’Unità nell’ambito di un disegno, se possibile, più ampio, tale da coinvolgere l’intero Vecchio Continente. Non deve vieppiù essere taciuto, ai fini della comprensione del tema che ci occupa che il Risorgimento italiano, passato attraverso i moti del 21, del 48 e compiutosi con la spedizione de “I Mille” nel 60, sicuramente subì influenze spirituali legate ad un filo che porta diretto all’età del Lumi e che ha tratto forza ed ispirazione dal pur breve ma intenso evento della Repubblica Partenopea del 1799 e dal decennio francese che ne seguì. Il sacrificio di Pietro Malena, massone e carbonaro, nostro concittadino che fu punto di riferimento istituzionale della Repubblica per la Calabria, sacrificio che si compì nel castello di Corigliano ad opera delle bande del Cardinale Ruffo incaricato della restaurazione del dominio borbonico, ebbe grande significato ed influenza sul futuro della nostra Città e comunità civica. Il decennio francese (1806-1815), poi, visse le Grandi Maestranze del Grande Oriente di Napoli, nelle persone dei reggenti Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat. In un simile contesto e fermento, le idee di libertà, uguaglianza, fratellanza propugnate e diffuse nella versione francesizzante della massoneria italiana, per un verso attecchirono nel fertile terreno dell’opposizione all’imperante tirannide e per altro verso fecero esplodere le contraddizioni interne alla massoneria stessa, divisa tra legittimisti e cospiratori. È appena il caso di ricordare che molti Calabresi e tra costoro molti rossanesi furono protagonisti di quelle vicende e delle successive trasfusesi nei moti sia del 1821 che del 1848 e infine nella spedizione de “I Mille”. La Massoneria, dal canto suo, presente in Calabria fin dal 1724 e sviluppatasi nel resto della Regione grazie anche all’iniziale azione del sacerdote Antonio Jerocades ed agli eventi successivi, intorno al primo decennio dell’800 subisce una sorta di scissione ad opera prevalente di un gruppo di ufficiali francesi dell’esercito di Murat i quali fondarono la Carboneria che assunse una caratteristica assai settaria. Diffusasi rapidamente nel resto d’Italia, presto si estenderà anche a tutta Europa, in prevalenza in Francia e Spagna. La Carboneria, secondo orientamenti storici prevalenti, era formata in gran parte da massoni con spiccate tendenze patriottiche che in tal modo, per un verso reclutavano un gran numero di adepti negli ambienti popolari e per altro verso tenevano mano libera nel senso delle attività cospiratorie anti borboniche che non erano loro consentite nelle Logge dove pur sedevano fratelli con diversi convincimenti sul tema dell’unità d’Italia.

A Rossano e a Corigliano a quel tempo, esistevano certamente due Logge massoniche la Federazione Achea e la Sala di Zaleuco dove si aveva la frequentazione anche della maggiore aristocrazia e forse anche di cospicuo numero di donne. Di tale presenza cospicua ne riferisce molto chiaramente il Ripoli nel suo bel resoconto “Pel Riscatto Nazionale” (1901) che è la cronistoria dei nostri luoghi a cavallo degli anni tra il 1794 e il 1840, tra umanesimo e politica. Più nel dettaglio, il Nisco, pure citato dal Ripoli, dice che la carboneria è <<parto della massoneria …>> e che <<a misura che la incorreggibile voglia dell’assoluto comandare cresceva … le associazioni fondate sul mistero divennero un espediente di guerra necessario ai popoli.>>.

Il Ripoli riferisce poi dell’esistenza di due Vendite Carbonare situate a S. Antonio tra le mura dell’ex convento e che: << Della numerosa associazione se ne ricordano i seguenti ascritti di maggior nome:

Scipione Camparota, canonico capitolare, dotto filosofo e teologo … suo fratello Baldassarre, dottore in giurisprudenza; Bonaventura Labonia; Giuseppe Barone, massone intransigente; Giuseppe Morici, autorevole per consiglio, utile per informazioni che gli pervenivano da Napoli, ov’era il suo figlio Domenico [padre di Antonio, generale al seguito di Garibaldi ]; Antonio Criteni,  liberale fervente; Giuseppe Francalanza, medico-chirurgo; i fratelli Carlo e Giorgio Lettieri; gli ex ufficiali murattiani Diego De Russis, Giovanni Interzati; Raffaele Rapani; il Rizzuti; Giuseppe Malena [fratello del martire Pietro]; il barone Pietrantonio Toscano …

le vendite in Rossano erano parecchie e formavano l’alta vendita il cui capo o gran maestro era il concittadino Nicola Lefosse, uomo dotto, energico e volenteroso …

queste poche notizie – riferisce ancora il Ripoli – mi dava il sacerdote Camparota D. Vincenzo, figlio del citato carbonaro Baldassarre e confermate dal sig. Domenico Palopoli [anche lui, poi, al seguito di Garibaldi].>>

Ma la cosa ancora più importante è quanto ci tramanda il Ripoli in merito alla presenza femminile nel movimento. Infatti così continua: <<Ho detto che non mancavano a partecipare le donne nella Carboneria, ed è stato lo stesso D. Vincenzo Camparota a riferirmi che sua madre Nicoletta Amarelli e la baronessa Isabella De Rosis-Olivieri, moglie del nostro storico [parla di Luca De Rosis e del suo “Cenno storico della città di Rossano] furono coadiutrici instancabili dei carbonari rossanesi, nelle agitazioni dell’anno 20.>>

Quindi la Carboneria svolgeva un ruolo ben preciso che si svilupperà anche in seguito e cioè quello operativo. Infatti su un impianto di chiara ispirazione massonica sia nella terminologia che nella ripartizione in gradi per l’accesso alle cariche più elevate, innestava parole d’ordine, usi e lessici più semplici ed elementari tali da essere comprese e interiorizzate da un numero maggiore di persone. Non fratelli ma cugini si chiamavano gli adepti di base. Non il trinomio Libertà Uguaglianza Fratellanza bensì Libertà Uguaglianza  Patria che stava a significare l’obiettivo primo della costituzione della nazione italiana. Orbene, ciò detto, non è facile sciogliere la questione se si debba parlare di protezione della Massoneria sulla Carboneria o di controllo. <<La Massoneria – osserva Giuseppe Gabrieli [“Dall’archivio Canosa: Massoneria e Carboneria” in Rivista Massonica N.9, dicembre 1978 pp. 582-586] – accoglieva ovviamente i galantuomini, mentre nella Carboneria troviamo braccianti che non potevano certo battersi per un’Italia unita o per la repubblica, ma miravano unicamente alla terra di cui una buona parte era in mano proprio ai galantuomini” e certamente nella delicata fase della dominazione napoleonica, la componente carbonara scalpitava nel senso della richiesta di una sorta di riforma agraria che non verrà, proprio per il sostegno dato al Governo da parte dei galantuomini proprietari terrieri i quali erano pertanto protetti sia dal Bonaparte che dal Murat. E certamente vieppiù non avrà giovato l’impiccagione di Vincenzo Federici di Altilia che era il capo indiscusso della Carboneria calabrese avvenuta nel 1813 ad opera della gendarmeria murattiana.

Tuttavia le cose italiane erano destinate, sotto tale punto di vista, a trovare una loro sistemazione anche dopo i moti del 1821, cui seguì la pax borbonica ottenuta in gran parte attraverso la cooptazione nel sistema governativo o in quello delle benemerenze, fossero terriere o onorifiche, degli ex militanti anti borbonici … … … Tale pax dura fino alla fine degli anni 30 laddove si avrà una trasformazione anche all’interno della Massoneria e il prevalere dell’idea rivoluzionaria sarà più dominante a causa della terribile repressione borbonica che unisce i più nella convinzione della necessità della cacciata dei Borboni stessi.

L’opposizione ai borboni resta affidata a tentativi generosi ma non bene organizzati, che portano alle dure condanne della Gran Corte Criminale di Cosenza per i fatti del marzo ’44, alla fucilazione dei fratelli Bandiera, alla repressione seguita ai moti di Reggio Calabria nel ’47. E tuttavia durante queste prove s’affaccia un gruppo di giovani, liberali e democratici, che offrono anche un bell’esempio di vita vissuta tra cospirazione e letteratura. Sotto la guida di Francesco De Sanctis poi daranno vita al movimento letterario e politico che il critico irpino definisce, appunto, “romanticismo calabrese” che manifesterà il grado di maturità ideale e politica negli anni ’48-60 e che vedrà, tra gli altri, impegnati Domenico Mauro, Biagio Miraglia, Giuseppe Campagna, Vincenzo Padula.

Intanto il fronte liberale e democratico si allarga, in Calabria, tanto che la costituzione che il re di Napoli concede nel ’48, convocando anche i comizi elettorali, non è altro che una presa d’atto, peraltro tardiva, della maturazione di nuove condizioni politiche. Il contenimento delle istanze democratiche e liberali che i Borboni contano di attuare ad elezioni concluse trova a Cosenza, dove vengono eletti al parlamento Domenico Mauro e Benedetto Musolino, l’immediata risposta del Governo provvisorio, presieduto da Giuseppe Ricciardi e in cui sono presenti anche il Musolino e il Mauro, mentre Biagio Miraglia dirige “Il Calabrese”, organo d’informazione ufficiale. E’ un momento di grande tensione ideale e politica, che vede l’esperimento di un governo liberale il quale però ben presto si rivelerà incapace di condurre a fondo la battaglia contro i Borboni, per l’articolata composizione sociale del gruppo dirigente. E’ un mese denso di avvenimenti quello della metà maggio metà giugno del ’48 a Cosenza , durante il quale i massoni della città fondano il Circolo Nazionale con Tommaso Ortale, Domenico Mauro, Federico Anastasio, Francesco Federici, Biagio Miraglia, Pietro Salfi. A Castrovillari svolge regolarmente i suoi Lavori la Loggia “Lagana”, con il sacerdote Raffaele Salerno, Muzio Pace, Carlo Maria Loccaso, mentre altre Logge e nuclei massonici lavorano a Rossano, Corigliano, a S. Demetrio Corone, a Lungro, a Spezzano Albanese, a S. Lorenzo, a Saracena, a Cassano, ad Amendolara, a Diamante e a Paola. Nella città di Catanzaro, nelle Logge si lavora con Domenico Angherà, i Greco, Gregorio Aracri, Eugenio De Riso, mentre a Nicastro frequentano i Templi di Hiram, tra gli altri, Giovanni Nicotera e Francesco Stocco. La Massoneria calabrese, in tutti i suoi Gradi, è ora manifestamente impegnata a sostenere l’esperimento rivoluzionario, assieme ai mazziniani, ai radicali come Musolino e Mauro e alle altre componenti del movimento liberale calabrese tra i quali Saverio e Gaetano Toscano e il giovane Luigi Minnicelli. Tuttavia L’epilogo del ’48 in Calabria provoca la caduta verticale della tensione ideale e politica che aveva animato la regione. La diaspora dei capi della rivoluzione verso i luoghi dell’emigrazione politica priva la Calabria degli elementi necessari alla ripresa immediata della battaglia contro i Borboni. Corfù, Malta, Marsiglia, Parigi, e ancora Genova, Torino, Firenze accolgono gli esuli calabresi che hanno modo di ripensare alle esperienze del passato e di prepararsi a nuove e più dure prove per la libertà, l’indipendenza e la democrazia nella prospettiva unitaria e nazionale.

Soprattutto a Genova gli emigrati politici calabresi compiono scelte decisive per il futuro del movimento liberale nel suo complesso. Qui i contatti con i capi della democrazia italiana, a cominciare da Agostino Bertani (in seguito a fianco di Adriano Lemmi futuro Gran Maestro), Carlo Pisacane, per finire a Mauro Macchi e Francesco De Sanctis, inducono gli esuli Musolino, Miraglia, Mauro, Mileti, Toscano, Minnicelli, per citarne solo alcuni, a prendere atto della necessità di coniugare i temi della indipendenza e dell’unità con quelli della democrazia e della giustizia sociale.

Le proposte di Cavour e dei Savoia, alla vigilia della spedizione dei Mille, per una soluzione “federale” della questione italiana (con tre regni del Nord (Savoia), del Centro (Papato) e del Sud da mantenere per i Borboni con la protezione inglese) incontra un vasto fronte di opposizione, in cui molti calabresi, massoni o vicini alla Massoneria, svolgono un ruolo di primo piano, a difesa del principio di nazionalità e di indipendenza anche se alcuni, come Stocco, non sono insensibili alle suggestioni della politica cavouriana connotata da una certa disponibilità verso quel progetto, articolato com’è e condizionato da rapporti internazionali che oggettivamente fungono da contenimento delle esigenze unitarie. Nicotera e Mileti, specialmente, premono per il ritorno immediato all’azione nel Mezzogiorno, in un confronto non sempre agevole con mazziniani, garibaldini e democratici avanzati come Musolino. La spedizione del Pisacane è da loro incoraggiata e sollecitata, mentre Bertani non nasconde le sue perplessità. Il Massone Nicotera è il calabrese più eminente al seguito di Pisacane, mentre Carlo Mileri (presente nella Massoneria napoletana post-unitaria), dopo il fallimento dell’impresa, si accosta al radicalismo di Bertani, divenendone il portavoce nel movimento garibaldino e in seguito nei primi anni di vita unitaria.

Dopo il ’57 il tema delle alleanze politiche necessarie per liberare il Mezzogiorno dai Borboni si svolge in direzione della partecipazione della democrazia italiana alla Società Nazionale col motto “Italia e Vittorio Emanuele”, che segna la scissione, da tempo maturata, tra l’intransigenza mazziniana e la disponibilità garibaldina alla collaborazione con il Cavour e la Casa Savoia, ma essa non varrà a sopire la diffidenza del primo verso i secondi. Così, una volta partita da Quarto la spedizione de “I Mille”, il cambio della rotta della flottiglia delle Camice Rosse dalla Sardegna – dove in effetti era attesa da quella savoiarda per esservi trattenuta, secondo quanto riferisce taluno ed anche il Saraceni (Terra mia  – Ed. La Vedetta, CV 1926) – verso le coste della Versilia, nel Granducato di Toscana e quindi verso Telamone dove si rifornì d’armi e polveri, valse la possibilità di raggiungere l’approdo siciliano per come sarà ed avviare la liberazione del Sud dal dominio borbonico.

In tale contesto la rivoluzione del ’60 con la spedizione de “I Mille” si configura come il risultato di spinte divergenti all’interno del movimento garibaldino e non solo ma successivamente durante la “conquista”, nonostante i decreti di Garibaldi a favore dei contadini poveri, emanati in Sicilia e in Calabria (abbastanza incisivi quelli a favore dei contadini della Sila e dei Casali di Cosenza, dell’agosto del ’60), i rapporti sociali nelle campagne non subiscono alcun mutamento, specie dopo la partenza del Generale per Napoli. A Cosenza il Governatore Generale da lui nominato, Donato Morelli, vanifica gli effetti dei decreti garibaldini, chiamando a far parte del governo gli esponenti della grande proprietà terriera, come i Guzzolino.

I massoni, a liberazione avvenuta, sosterranno il plebiscito per l’annessione della Calabria al Piemonte, contribuendo ad avviare e a sostenere uno stato unitario già apparentemente privo di qualsiasi vera valenza riformatrice e ciò a dispetto delle più intime convinzioni del vecchio Cavour a quale succederanno una sequela di capi di Governo intrisi di burocratismo sabaudo e poco più.

Una storia quella della Massoneria in Calabria, prima e dopo l’Unità, in cui è dato rilevare, per dirla con Mola “la reciprocità necessaria” tra “Iniziazione massonica” e “Impegno politico” per la conquista della libertà e dell’indipendenza prima e per la difesa e l’espansione della democrazia dopo il 1860. Per essa il giudizio storico, specie degli storici massoni, non può ovviamente esprimersi in termini apologetici o di condanna, come non può delineare piste preferenziali tra i Lavori di Loggia trasformati in fenomeni socio-politici, ma va riferito al difficile tema della “secolarizzazione” della Libera Muratoria, senza perdere di vista <<i dettati delle Costituzioni di Anderson>> che vietano l’esercizio della politica nelle Officine, e senza peraltro trascurare che <<In molti casi – come nota ancora Aldo Mola – proprio l’organizzazione massonica fu il più efficace veicolo di politicizzazione, cioè di educazione ai principi ideali presupposti e costitutivi dei programmi di partito>>.

  1. Di Luigi Minnicelli, Ufficiale de “I Mille”, si è detto: <<Fulgida e splendida figura della gloriosa e fatidica schiera dei Mille… Prode soldato, avanzo della leggendaria schiera garibaldina … Quasi analfabeta fu fatto Ufficiale dal generale Garibaldi per merito di guerra>>. (Francesco Graziani nel ricordo fattone in occasione della morte, su “Gioventù Calabrese” – periodico rossanese dei primi novecento). Ancora si è detto che <<Fu un modesto figlio del popolo che fece egregiamente il suo dovere>> Gradilone, Storia di Rossano.

Di Luigi Minnicelli scrive anche Gradilone nella sua magnifica Storia di Rossano e pure ne scrivono altri autori che si sono occupati dei fatti d’armi delle “camicie rosse”. Così pure la già citata Gioventù Calabrese e la Nuova Rossano, rispettivamente, in occasione dei solenni funerali e nel Cinquantenario dell’Unità d’Italia, quando il 23 settembre 1912 venne deposta la bella lapide commemorativa del Risorgimento e dei fratelli Saverio e Gaetano Toscano, di Antonio Morici, di Domenico Palopoli e dello stesso Luigi Minnicelli.

In quel giorno vi fu un lungo discorso, riportato per intero dalla Nuova Rossano, svolto dal senatore Francesco Ioele nel corso di un’imponente manifestazione e corteo che si spinse fin sotto casa Minnicelli dove mio nonno Maurizio commemorò il Garibaldino, non senza averne raccolto, dopo la sua morte, quel che restava delle armi e delle insegne costituite dalla divisa, dalle tre medaglie che l’eroe portava in petto e dai preziosi documenti tra i quali una lettera di commiato data a Luigi personalmente da Garibaldi, dove il Grande Eroe dei Due Mondi scrive di <<sentirsi orgoglioso di avere simili soldati>> (la citazione è testuale dal Gradilone – infra – che evidentemente ne lesse il contenuto). Inoltre Luigi Minnicelli lasciò di sé un magnifico ritratto ad olio (di recente restaurato a nostre cure) che molti conoscono e che si trova nella biblioteca di famiglia. Il nonno e poi nostro padre Corrado conservarono gelosamente quelle memorie che ci hanno tramandato e che nel 1961, in occasione delle grandi celebrazioni del centenario dell’Unità d’Italia, vollero donare al Comune di Rossano.

Poco più che ventenne, Luigi Minnicelli è coinvolto dei moti del 1848 e partecipa alle riunioni di quella che era sicuramente una loggia massonica e che il senatore Francesco Ioele, nel già ricordato discorso, del 1912, definisce letteralmente una “specie di Circolo”. In quell’occasione, lo stesso senatore Ioele, riferisce  che la fucilazione dei fratelli Bandiera, avvenuta nel Vallone di Rovito il 24 luglio 1844, fu la molla che accese l’animo del giovane Saverio Toscano il quale, nel 1847, partì per Napoli dove fondò, insieme ad altri, il Comitato Rivoluzionario Calabro/Siculo. Ne facevano parte, sicuramente, il sandemetrese Domenico Mauro, il Crispi ed il barone Marsico mentre, in Calabria, le riunioni si tenevano ad Acri in casa di Francesco Sprovieri dove, partecipavano Luigi Minnicelli e gli altri vicini ai Toscano. Quel Comitato Rivoluzionario avrebbe dovuto promuovere la rivolta prima a Messina, poi a Reggio ed a Rossano, poi ancora ad Acri ed  a Cosenza e via, via nel resto del Regno. Nel 1848, però, Ferdinando di Borbone promulgava la Costituzione liberale cui seguirà la crescita del movimento unitario repubblicano che da noi continuerà ad avere nei fratelli Toscano, nel Morici, nel Palopoli, nel reverendo Bernardino Converso e nel Minnicelli, con altri, dei costanti punti di riferimento. Dopo i moti sopravvenuti al ritiro di quella Costituzione e i fatti locali di Campotenese dove avvenne lo scontro dei patrioti con le armate borboniche del generale Lanza, Luigi Minnicelli, condannato come molti altri personaggi politicamente più sposti, prenderà la via della fuga e dell’esilio. Dopo la partenza da Napoli a bordo di un mercantile francese, Luigi peregrinerà, prima a Marsiglia, poi in Corsica a Bastià e infine in Toscana, dove si ricongiunge con gli altri rossanesi Toscano, Morici e Mauro.

Ma a Genova fervevano i preparativi della spedizione del “I Mille” alla quale i Toscano non poterono partecipare pur foraggiando l’impresa stessa con mezzi e uomini. In tale contesto, non è escluso che proprio il Minnicelli fungesse da ufficiale di collegamento tra i Toscano a Firenze ed il quartiere generale garibaldino a Genova e con altri organizzasse l’operazione di cui si è detto presso la polveriera di Talamone.

L’altro rossanese, Antonio Morici, invece, era in Inghilterra e seppe in ritardo della partenza da Quarto e quindi raggiunse Garibaldi in Sicilia dove si distinse subito in numerose battaglie. Il suo valore gli valse, poi, nell’esercito regolare unitario la promozione al grado di Generale. Palopoli, l’altro amico fedele dei Toscano, dal canto suo, apprese dell’allestimento della spedizione garibaldina quando era a Parigi. Non fece in tempo ad arruolarsi e raggiunse Rossano dove, secondo il racconto del senatore Ioele e dello stesso Gradilone, fu nominato Sotto Governatore della Città. Allo stesso Palopoli, poi, è attribuita, in quella circostanza,  l’istituzione (è ancora il Ioele che parla) <<della nostra benemerita Società Operaia, tra le più antiche del Mezzogiorno>>. Si uniro inoltre alla spedizione anche altri che vanno ricordati: Antonio Berlingieri che assurse al grado di Maggiore e Giuseppe Amantea che fu luogotenente del Corpo Garibaldino con il gen. Stocco …

A Calatafimi, Luigi Minnicelli, si distingue al punto che, dopo la battaglia, ottiene gli elogi di Garibaldi e la promozione sul campo da sergente, a sotto tenente. Ma sarà valoroso anche nella presa di Palermo ed in altri episodi guerreschi dove impegnerà tutto il suo coraggio e l’ardimento e dove troverà la morte Stanislao Lamenza di Saracena. Il Senato di Palermo il 30 maggio 1864 conferirà a Luigi Minnicelli la Medaglia de “I Mille” il cui attestato è custodito nell’archivio della Biblioteca Minnicelli.

Finita la guerra, Luigi, torna a Rossano e si arruola con il grado di Ufficiale nelle Guardie Nazionali Nobili aggregate al 18° Reggimento di Fanteria, Battaglione Misto, di stanza a Catanzaro, come tanti altri garibaldini, vi rimarrà poco e cioè dal 1 agosto 1861 al 31 maggio dell’anno successivo. Di quel passaggio nelle file delle Guardie Nazionali Nobili, ne resterà visiva la traccia nel citato ritratto dove il Minnicelli in camicia rossa, raffigurato già anziano, tal qual’era, porta sul berretto da ufficiale le insegne sabaude che evidentemente avevano sostituito la classica tromba di battaglione che simboleggiava le armate di Garibaldi.

Luigi Minnicelli morirà nell’anno 1903 e le sue spoglie riposano nel nostro cimitero.

  1. Sono numerosi, oggi, certi meridionalisti improvvisati (?) che pretenderebbero dimostrare che il Sud abbia avuto un grave danno dall’Unità e che quello avrebbe avuto miglior sorte se fosse rimasto sotto la bandiera borbonica. Niente di più errato. L’Unità d’Italia che si sarebbe, poi, definitivamente compiuta con la fine della prima guerra mondiale, fu un fattore straordinario di civiltà e di progresso.

Altra cosa è dire che a farne le spese maggiori fu il centro sud, comunque condannato al sottosviluppo da ragioni tanto profonde quanto ineludibili nel contesto di sviluppo europeo dell’epoca. Prova ne sia che anche allora, nell’Italia della prima metà dell’800, il divario tra le diverse aree esisteva già ed era mascherato, o appariva minore, solo per “merito” della generale e diffusa povertà dei mezzi di sussistenza. Non devono trarre in inganno nemmeno i dati macro economici dell’epoca, qui valutati nel già citato e prezioso volume di Luigi Saraceni “Terra mia” (cap. I) e dai quali traspare in modo non equivoco il divario allora esistente tra il “ricco” Regno di Napoli e il “povero” Regno di Piemonte. Tale divario finanziario è del resto attestato dai dati delle relazioni e dagli atti parlamentari dell’epoca nonché da altri illustri meridionalisti come Nitti e Fortunato padre e figlio. Tuttavia l’Unità d’Italia è stato fattore di progresso politico assolutamente positivo pur se innestato su una classe dirigente meridionale inadeguata fino alla quasi improduttività se solo si pone mente al fatto che nei primi 50 anni di governo unitario la maggioranza dei Ministri è stata sempre di origine meridionale (stessa fonte Saraceni).

A paragone l’economia meridionale sussistenziale  pre unitaria era ben poca cosa e sarebbe stato assai improbabile, per i mezzi del tempo, che si sarebbe potuto realizzare, in quel contesto, quella rete di trasporti ferroviari e marittimi pensati dal vecchio  Cavour per  collegare quelle aree marginali con il resto del mondo civilizzato. A tale progetto si preferì tutt’altro, compresa la triste guerra coloniale prima e la grande guerra poi.

Il Conte di Cavour – dice Saraceni nel già citato volume attingendo dagli appunti dello Statista pubblicati dall’On. Artom e trovati tra le carte di suo zio che fu segretario del grande piemontese – del Mezzogiorno voleva fare non la torpida appendice del Piemonte … Egli prima di tutto aveva pensato di correggere la disgraziata geografia d’Italia e per raggiungere questo scopo avea con l’intuizione del genio, ideato di liberare tutti i porti del Mezzogiorno dalle tasse portuali, di creare treni celerissimi che percorressero l’Italia da un capo all’altro. Volea valorizzare così i due più importanti mezzi di comunicazione – la strada ferrata e il mare – stabilendo tariffe bassissime atte specialmente ai trasporti delle merci povere e dei prodotti secondari.

Ma ciò non avvenne e non avviene nemmeno oggi, perché l’Italia dal punto di vista politico, non è mai stata una sola cosa. Persino il Fascismo che con l’instaurata dittatura avrebbe potuto con maggiore facilità introdurre altri e nuovi meccanismi di sviluppo più favorevoli al meridione, aggiunse ai precedenti governi filo industriali altri governi in tutto simili, fornendo ulteriore linfa alla saldatura tra gli interessi crescenti dell’industria (bellica) del nord e quelli recessivi della rendita fondiaria meridionale, già ampiamente difesi dai precedenti governi post unitari.

Quindi l’interpello circa le causa del non sviluppo del Sud, dovrebbe essere rivolto, virtualmente, per primi 100 anni di vita della nostra Nazione, in primo luogo, alla classe politica meridionale. Per quanto attiene agli ultimi 50 anni lo spettacolo della ulteriore disgregazione del Sud rappresenta la vera tragedia storica, atteso che si sono falliti tutti gli obiettivi che la Nazione si era posto innanzi, primo fra tutti quello di fermare l’emigrazione.

Al contrario nel Centro Europa del secondo dopo guerra e nel centro-nord dell’Italia, lo sviluppo economico e sociale toccherà grandi vette e coglierà in pieno lo sviluppo economico “programmato”, assecondando le idee guida dei postumi della rivoluzione industriale iniziata oltre un secolo prima. Non fu un caso che quello stesso centro-nord, a guerra ultimata e a democrazia ristabilita, grazie anche agli aiuti degli USA con il Piano Marshall, poté avvalersi del lavoro di fabbrica milioni di lavoratori giunti da tutta la periferia meridionale. A noi, di quel Piano, restarono solo le carcasse dei camions militari.

Cosa avrebbe potuto, mi chiedo, il “povero” Regno delle Due Sicilie di fronte ad eventi di tal portata, se non soccombere anch’esso sotto il “tallone” dell’enorme ricchezza industriale centro europea? Oppure la classe politica borbonica sarebbe stata diversa da quella che poi siederà sui banchi del parlamento di Torino e di Firenze prima e di Roma poi? Credo proprio di no, a meno che il Principe di Saline, per bocca di Tomasi di Lampedusa, avesse torto a dire che “qualcosa doveva cambiare affinché non cambiasse nulla”.

Quella fu la nostra vera classe “dirigente” e, forse, lo è ancora.

In conclusione, si può dire che le idee portate avanti dai mazziniani e dalle altre forze intellettuali dell’epoca, pur se affievolite nelle loro aspirazioni politiche più radicali, si compirono in un disegno apparentemente molto più diretto allo sviluppo della Nazione nel suo complesso, di quanto potesse esserlo la situazione di permanenza dei singoli stati regionali preesistenti, salvo la constatazione che a fare le spese maggiori di quello “sviluppo”, come detto, sia stato proprio il Mezzogiorno d’Italia.

  1. Infine vorrei introdurre alcuni elementi di riflessione scaturenti da una considerazione di Aldo Mola nella sua fondamentale “Storia della Massoneria Italiana dalle origini ai nostri giorni”, Ed. Bompiani 1992, a sua volta commentata, da Paolo Alatri, saggista e uomo politico, già deputato del PCI, nella prefazione al testo del Mola.

Mola sia nella introduzione che nella post fazione dell’opera esprimeva una forte perplessità su certi coevi studi storiografici risorgimentali, come quelli editi da Einaudi “Storia d’Italia” oppure su “Storia dell’Italia moderna” di Giorgio Candeloro e “Storia d’Italia dall’Unità ad oggi” di Giampiero Carocci, i quali testi, tutti autorevoli, trascuravano del tutto la Massoneria e il suo ruolo nelle vicende italiane e  il Mola stesso indicava “nella povertà di adeguate ricerche particolari e settoriali da parte di quegli autori ai quali sono mancati gli elementi necessari e gli stimoli opportuni a trattare un argomento così  determinato e specifico; nella carenza di documentazione e di adeguato materiale a stampa facilmente disponibili ed infine e soprattutto nella diffusa timidezza ad affrontare storiograficamente un tema che troppi giudicano esotico, quasi una “stranezza”, una “mania”, un argomento insomma da letterati o da dilettanti d’erudizione,” le ragioni profonde di tali omissioni.

Alatri riprendendo le ragioni di Mola e facendole proprie, ne aggiungeva un’altra che secondo lui sarebbe stata dirimente. In sostanza, egli attribuisce la detta “trascuranza storiografica”, alla difficoltà di definire in modo coerente il senso unitario della partecipazione della Massoneria alla vita politica, civile e intellettuale dell’Italia risorgimentale e soprattutto post risorgimentale. Tale difficoltà sarebbe dimostrata dall’imponente lavoro di documentazione di Mola, dal quale emergerebbe che nella massoneria, al contrario di quanto si presuppone, non è quasi mai avvenuto che le decisioni prese dall’alto siano scese verso il basso, come in una catena di comando rigida e coesa. Al contrario, sulle principali questioni politiche nazionali, il fronte massonico si sarebbe presentato quasi sempre disunito. Da ciò sarebbe disceso – sempre a parere di Alatri che riporta l’opinione di Giampiero Carocci nel suo “Giolitti e l’età giolittiana” – che a cavallo della prima guerra mondiale, la crisi politica del ceto liberale (che in passato era coeso anche grazie alla fondamentale funzione di saldatura operata dalla Massoneria), divenne insanabile, trascinando con sé anche quella politico-istituzionale, con tutte le conseguenze del caso, guerra e ascesa del Fascismo comprese.

Quindi, conclude Alatri, che la massoneria per esercitare tale funzione di coesione verso quello stesso il ceto dirigente liberale, avrebbe dovuto mantenere altrettanta coesione interna al punto da determinare un’azione efficace e (ottenere così) adeguati risultati che le avrebbero potuto far meritare quell’attenzione viceversa (giustamente!?) negatale dalla citata storiografia.

A distanza di quasi vent’anni da quella polemica anche se certe lacune è sembrato essere state in parte colmate, l’argomento resta degno di nota.

Tuttavia non ci pare possibile accettare tale tesi che trae in errore Alatri (e quanti altri) allorché trattano il tema dell’influenza della massoneria sui grandi fatti politici nazionali, in termini di forza d’urto. La Massoneria, come ha bene dimostrato Mola, di norma non è e non può essere un corpo unito e politicamente solidale perché, per un verso nelle Logge e nella Gran Loggia è escluso che si compiano siffatte ricerche e per altro verso i vertici non sono deputati a mettere d’accordo i fratelli sulle questioni politiche o sociali della nazione. Diversa è la posizione del massone che ha un personale rilievo negli affari di Stato. E diverso è ancora il fatto se capita a più massoni, nello stesso tempo e luogo, d’avercelo, tale rilievo, come accadeva accadere nel corso dei primi sei decenni d’Unità d’Italia. In quel caso delle due l’una: o quei fratelli massoni ricevevano istruzioni e ordini dal vertice del GOI (ma ciò non risulta mai da alcun documento) oppure essi erano liberi di agire nel modo che fosse sembrato a loro migliore (nel senso dei principi universalistici della massoneria) e il fatto che si trovassero tutti d’accordo o tutti in disaccordo era assolutamente privo di pre determinazione organizzativa (fino a prova storica del contrario). In entrambi i casi, però, noi siamo dell’avviso che l’operato di quegli uomini iscritti alla massoneria abbia coinvolto, nel bene e nel male, il nome dell’istituzione massonica di appartenenza. E in tal senso, da storico, sbaglia chi non ne tenesse conto al pari del, o dei politici laici o cattolici, di fronte, ad esempio, ad un tema sensibile sotto il profilo etico-religioso, rispetto all’ideologia religiosa.

Viceversa, quando tale influenza organizzativa della massoneria sulla politica di Stato, si dovesse manifestare, si dà il caso che essa operi una deviazione dal suo alveo naturale e istituzionale perché è inciso nelle Costituzioni di Anderson (o Antichi Doveri), quanto la massoneria debba o non debba fare rispetto agli affari di Stato. Difatti, in base a quei principi universalmente accettati in ambito massonico, essa altro non è che un contenitore di idee universali e di uomini liberi che sono alla ricerca di se stessi e della verità e non di scrivere, o peggio, di fare la storia in nome della massoneria. Semmai sono gli stessi uomini/massoni che possono produrre quell’incisione e giammai l’organizzazione massonica.

In altra sciagurata opzione, bisognerebbe invocare una massoneria basata sul “pensiero unico o mò di stato etico”, attorno al quale schierare un corpo militante e operante sotto l’egida di un capo che diviene una sorta di “amministratore delegato”, simulacro o feticcio del Gran Maestro e degli altri Grandi Dignitari. Non è escluso che idee siffatte possano albergare o addirittura farsi spazio nell’ordine e persino che si possano ottenere anche dei risultati … ma in tal modo verrebbe tradita l’idea fondante e tradizionale della Massoneria, senza contare che tutte lo volte che si è arrischiato di fare ciò, qualcuno è inevitabilmente finito sul Libro Nero della massoneria e, talvolta, anche sul libro matricola di qualche Tribunale, civile e penale.

Mola sa benissimo tutto ciò e da studioso laico della materia non poteva (e non doveva) giungere alle conclusioni tratte da Alatri il quale, evidentemente, partiva, nel caso trattato, da punti di vista molto distanti dal vero.

Chi non comprende queste cose non potrà mai capire come sia stato possibile, ad esempio, che un giudice massone come Antonio Salvotti, abbia potuto condannare il suo fratello altrettanto massone Silvio Pellico ad una dura prigionia per reati ideologici previsti dal Codice Asburgico dell’epoca. Noi rispondiamo che proprio perché era Massone non si è sottratto all’obbligo di applicare la legge del suo tempo e del suo Paese.

Oppure, su un altro versante, come sia stato possibile che il Presidente Salvador Allende, massone convinto, sia appartenuto alla stessa Loggia del fellone generale Augusto Pinochet che inviò la sua soldataglia ad ucciderlo. Ebbene, quando il massone Allende con il mitra in braccio e rifiutando il salvacondotto estero, lancia al traditore e spergiuro la sua storica invettiva, lo fa sì, accusando di fellonia e spergiuro il Comandate in Capo delle Forze Armale cilene perché mandante dell’uccisione del Capo dello Stato cileno ma soprattutto la lancia al massone che violando la legge e commettendo omicidio infrange il giuramento di rispettare la legge e la vita di tutti gli esseri umani, giuramento prestato sul Libro Sacro.

Avv. Amerigo Minnicelli


Berlino 1940. La convocazione…presentando Nadia Crucitti

mercoledì, 27 ottobre 2010

 

L’arte tra etica e visione in “Berlino 1940. La convocazione”,  di Nadia Crucitti.

 

Aspettavamo da quattordici anni la seconda prova narrativa di Nadia Crucitti dopo l’eccellente esordio di “Casa Valpatri”, sicuri che il talento narrativo messo in mostra avrebbe dato vita ad un’altra storia-gioiello; ed ecco “Berlino 1940 – La convocazione” , che la ripropone come una delle scrittrici più serie e impegnate della nostra regione, voce autorevole della letteratura meridionale, per nitidezza ed essenzialità di scrittura.

La Biblioteca Minnicelli e Rossano, città che è tutto un gran giacimento culturale ricco di prospettive, si prestano bene a un aggiornamento sulla nostra letteratura, cioè se esista ancora una letteratura meridionale e quale ne sarebbe oggi il senso. Si dovrebbe innanzitutto parlare, al passato, di letteratura meridionalistica, intendendo quella produzione letteraria storica, impegnata nella denuncia dei vecchi e dei nuovi mali del Sud Italia.

Secondo una felice intuizione di Carlo Bo, quella “letteratura di stato d’assedio”, nonostante, badate bene, persistano le cause all’origine di essa. Non intendo dire che una letteratura impegnata alla vecchia maniera sulle questioni irrisolte del Sud non sia più auspicabile! Tanto c’è ancora da descrivere, gridare, denunciare, ma le premesse sono cambiate. Il quadro di fondo della Calabria non è più quello delle “Baracche” di Seminara, o di “Caterina Marasca” di Giovanna Gulli, per citarne solo alcuni: le condizioni di partenza sono mutate. E siamo davanti a nuovi narratori meridionali, in attesa di altri ancora che, nei modi tipici della vera letteratura, su cui torneremo, ci aggiornino sul nuovo Sud, sui cambiamenti intercorsi nelle diverse regioni, intendendo anche i nuovi scenari, o gli inediti abissi di disperazione sociale, politica ed economica che si aprono;in attesa di storicizzare e concludere la seconda metà del Novecento, se sia nata o meno una letteratura affrancata dall’oleografia e dalla denuncia di maniera, dal piagnisteo e dal vittimismo storico, quelle ferite che fanno dire a un poeta come Costabile: “Erro con passo da soldato sconfitto.”

 E’ un preambolo particolarmente appropriato per una scrittrice come Nadia che esordisce con “Casa Valpatri”, presso Mondadori: una storia calabrese i cui protagonisti sono donne, donne indomite, protagoniste del loro destino, nient’affatto passive nemmeno davanti all’arroganza mafiosa. C’è già tutta in Casa Valpatri la nuova Calabria, quella per cui Borsellino dice alla vedova dell’agente Schifani assassinato dalla mafia: “Vedrai, questa terra diventerà bellissima!”

Qualcuno ha perfino identificato la protagonista nella baronessa Cordopatri che non ha voluto cedere le sue proprietà terriere alla ‘ndrangheta…

Il primo romanzo di Nadia presenta elementi di novità, in virtù dei quali ha vinto il premio di Famiglia Cristiana che aveva per tema l’evoluzione delle dinamiche familiari nella società contemporanea.

Un occhio critico deve avvalersi di un approccio ermeneutico che enuclei delle ipotesi di interpretazione e di lettura, che sia di stimolo e comprensione alla poetica di un autore contestualmente. Nadia è una nuova narratrice meridionale, difatti si muove  in un’ottica nuova, di ampio respiro, non vive in una sorta di “stato d’assedio”; lo rivela ancora una volta sorprendentemente questo romanzo, “Berlino 1940 – La convocazione, edito da “Città del sole edizioni”, in una collana che lei stessa dirige. Storie diverse in tutto, ma col comune denominatore di misurarsi con drammi profondi dell’animo umano davanti alla ferocia del potere, sia quando esso si traveste con i panni del potere mafioso sia con i panni più lussuriosi e fantasmagorici del totalitarismo nazista, le cui solennità e imponenza tanto attraggono l’attore e regista Veit Harlan.

Nadia Crucitti con intuizione  ed anche con scansione “cinematografica”, coglie la metafora più calzante:

“Aveva salito la scala del ministero come se stesse scalando il più facile dei castelli, il passo baldanzoso di chi sa di non incontrare ostacoli, e arrivato in cima si era comodamente seduto in attesa di valutare di quanti e quali onori fregiarsi, senza accorgersi che si trattava di un castello di carte. E in pochi minuti era precipitato da quella vetta come se qualcuno avesse tolto una carta alla base.”

A questa metafora corrisponde la telegraficità del titolo del romanzo, un luogo, una data, l’oggetto, tutto mira ad accentuare il momento dell’agnizione per colui che si infila incauto nella gola della bestia credendo di poterne ritornare integro, ma niente sarà più come prima. Sullo sfondo dell’antisemitismo e della controversa vicenda del consenso degli intellettuali ai regimi dittatoriali e totalitari, Nadia propone stavolta una storia vera: come nel pieno vigore del regima nazista si arrivi a concepire e produrre “Jud suss”, il più importante e perfido film di propaganda antisemita. Il racconto verte su di un personaggio, Veit Harlan, attore e  regista cinematografico all’apice del successo, in cerca della consacrazione assoluta  nella Germania nazista, lui che non è nazista. Attorno a Veit si scatena l’antico dilemma faustiano, o bulgakoviano, della libertà dell’uomo, dell’artista davanti alle lusinghe e alle costrizioni demoniache del potere e dell’immortalità della propria opera. Saprà l’artista mantenere la sua autonomia, la sua libertà critica che è prima di tutto libertà di coscienza? Saprà escogitare, o meglio potrà mai esserci, un compromesso a metà strada tra la dignità e il servilismo?

E’ il dramma che vive anche Marian chiamato a interpretare la parte aberrante e alterata dallo stesso Goebbels di Suss l’ebreo: “Veit capiva che la parte di Suss lo stava distruggendo…non avrebbe retto alla sua coscienza…Marian , ne era certo, non si sarebbe mai perdonato la viltà di avere partecipato a quel film.”

E’ il dramma invece da cui riesce a fuggire Walter, amico d’infanzia di Veit; nel dialogo tra i due si coglie il vero senso della sfida, il demone che abbaglia Veit e non il suo amico: Walter ama Hanna, un’ebrea e, nel clima montante delle prime persecuzioni razziali, avverte la tragedia imminente nei primi segni di intolleranza verso la moglie. Soltanto alla fine, quando si vedrà irrimediabilmente perduto, Veit gli darà ragione: “Erano trascorsi circa sette anni dal giorno in cui aveva parlato della sua libertà d’artista con Walter.”

 Veit ha scelto in tutti i sensi lo schermo, la visione, il suo sguardo è già verticalizzato e perduto nel sogno; questa sua visione personale confluisce nel delirio totale e totalitaristico, la creazione cinematografica nella litania propagandistica e nell’annichilente scenografia nazista. Veit  cade nel grande inganno di una palingenesi del mondo tutto sommato per lui accettabile, giustificabile. Dice a Walter che “i nazisti sono ottimi organizzatori e che il nostro ministro della propaganda ha un eccellente senso scenico. Tutto qui.” Walter replica che dietro “questa capacità organizzativa si nasconde l’ideologia della sopraffazione”. Ma lui insiste definendo la sopraffazione  necessaria “volontà di affermazione.”

Nessuno lo priverà del suo sogno: “…da quando Hitler aveva preso il potere avvertiva un’euforia strana. Gli sembrava di essere salito su un immenso palcoscenico dove tutto poteva accadere, e dove anche lui avrebbe trovato il suo spazio. Quello era il suo momento, e lui finora aveva fatto molto poco per diventare partecipe di quella grandiosa rappresentazione corale che era il nazionalsocialismo…L’idea gli piacque: partecipe nel senso che lui sarebbe stato uno cdei creatori di quella rappresentazione”, questo a ben guardare il demone di Veit. A nulla valgono le tante occasioni per capire la grossolanità, la banalità e la genialità di quel male strisciante che potrebbero salvargli l’anima in tempo, che la scrittrice sapientemente distribuisce nella vicenda narrativa per portare a compimento e al climax la perdizione del regista tedesco: il dialogo con Walter, la visita temuta di Hans, il dialogo drammatico con la moglie Hilde, anche lei attrice, poco prima che lei si separi definitivamente da lui  ormai innamorato di Kristina, un’altra attrice, e la bruciante verità che dovrebbe bastare alfine ad aprirgli gli occhi: “Veit, io voglio poter scegliere. Ma qui non posso scegliere più niente e nemmeno tu lo puoi. Prova a girare un film diverso, che esca dai loro schemi d’accettazione, e vedrai se sarai libero di farlo…”. E poi le prime epurazioni di intellettuali, di attori e registi, la decapitazione di Plauen e Knauf, rei di avere inscenato in un locale pubblico la parodia di Hitler davanti a una spia nascosta, i roghi dei libri nelle città universitarie…, la defenestrazione di una regista come Lina Riewfensthal, che ha girato “Olympia”, il film delle Olimpiadi di Germania, su incarico di Hitler stesso, commettendo il tragico errore di esaltare la grande impresa di Jesse Owens, l’atleta americano di colore non ariano…

Ma Veit continua a barare, a mentire a se stesso per evitare il rimorso,elaborando la sua “teoria dell’imperfezione di qualunque movimento politico.”

Egli vede in tutto questo la quintessenza dello spettacolo, il non plus ultra dell’idea di rappresentazione, è stregato. Lo aveva ben capito anche quel genio di Fellini che affermava: “Il cinema è il modo più diretto per entrare in competizione con Dio.”

Il suo viaggio di seduzione ha timbrato un biglietto di sola andata.

Porta il suo inganno al paradosso. La scrittrice cesella bene i sintomi di un presunto risveglio di Veit ma non giungono a maturazione, sono nemici della sua illusione ed è ciò che fa scattare in noi la definitiva condanna morale di Veit.

Perché Veit teme la visita di Hans che ha smascherato il regime, che l’informa della sorte crudele di Plauer e Knauf? Perché non vede l’ora che se ne vada da casa sua? Perché lo manda via con una scusa? Perché spia dalla finestra se sotto casa vi sia appostata la macchina grigia della Gestapo? Perché teme ora perfino Gerda la cameriera e chiude la porta del salotto perché la donna non senta la conversazione? Che non ci sia altra strada interpretativa per Veit, e altra giustificazione, sebbene discutibile, è confermato subito dopo, quando, convocato da Goebbels al Ministero della Propaganda, vede la consacrazione imminente, non immaginando ancora cosa ha in serbo per lui il gerarca. Acutamente la Crucitti scrive: “Seduto nell’automobile ministeriale che era andato a prenderlo a casa, Veit aveva guardato scorrere Berlino come un immenso set cinematografico pregustando il piacere di girare il suo primo kolossal senza più preoccuparsi del denaro e, scortato da due camicie brune, aveva salito l’ampio scalone del Ministero con l’orgogliosa convinzione di sentirsi proporre un progetto grandioso che soltanto lui era in grado di affrontare.”

 Nadia conduce progressivamente, con maestria, alla perdizione il suo personaggio fino alle prime sconfortanti consaspevolezze davanti al drago nazista; bastano le prime frasi del dotto ed eloquentissimo Goebbels, il donnaiolo a cui ha perfino concesso di trasformare la sua casa in un’alcova per tradire la moglie con la bellissima attrice cecoslovacca Lida Baarova: “Lei sa, caro Veit, che noi pensiamo che il cinema abbia come scopo di educare le masse, e quindi non deve essere né troppo frivolo né troppo cupo…i film sono armi nella lotta totale del nostro popolo. Lo sa bene anche lei, non è vero?” Un po’ alla volta si assiste al crudo risveglio di Veit: egli non si entusiasma alla proposta, si reca alla convocazione in giacca e cravatta ma soltanto ora la cravatta lo soffoca, gli manca l’aria; si rende conto che “dietro quel sorriso di ministro per l’educazione del popolo si nasconde la capacità di distruggerlo con una semplice parola. Eppure quello era lo stesso uomo che lui accoglieva in casa…” Tutto il suo mondo gli rovina addosso; Goebbels vuole che la parte di Suss l’ebreo, il protagonista, spetti a Marian; quella della protagonista femminile a Kristina; pretende la supervisione della sceneggiatura e perfino di ritoccarla; Veit tenta di  sottrarsi ad un film che chiaramente ed espressamente non vuole: si rifugia nella gravidanza e nella polmonite di Kristina, nell’atipicità di Marian per un ruolo che causa all’attore grandi sofferenze psicologiche, fa domanda di arruolamento nella  Wehrmacht ma non ha più la possibilità di fuggire. Tremendamente rivelatrice appare la risposta del Ministro: “Lei è già in guerra!” Come se non bastasse, la prima moglie di Veit, Dora, è ebrea, la bestia nazista lo sa, non esita a ricorrere anche a questo ricatto psicologico;Veit ora inorridisce al pensiero che sua madre  aveva origini zingare…

 Veit e Goebbels interpretano due arti diverse, l’arte del cinema e l’arte della politica asservita all’oppressione nazista. Nessuno dei due è superficiale, ognuno capisce che la sfida si gioca sul campo dell’arte senza cadere nelle pastoie della retorica che smaschererebbe facilmente l’intento propagandistico rendendolo simile a mille altri. Se Goebbels sceglie di sceneggiare il romanzo di uno scrittore ebreo, è “proprio perché persino un ebreo si rende conto di appartenere a un popolo corrotto”, il che avrebbe un effetto devastante sulla platea; se Veit replica che nel libro si scopre che Suss non era completamente ebreo, ecco per il Ministro nazista “confermato il fatto che il potere ebraico causa infezioni morali ben al di là della completa appartenenza…il particolare nel film non dovrà essere menzionato. Suss deve essere ebreo perché rappresenta l’emblema della corruzione”, le sequenze e le losche azioni del personaggio parleranno “in modo chiaro e immediato”!

Goebbels conosce bene il trucco della vera arte, altrimenti avrebbe chiamato qualcun altro, pretende ciò che solo un vero maestro come Veit gli può dare: “la giusta misura che i suoi film possiedono”.

Sa che non c’è una forza simile a quella della poesia, capace di creare personaggi più grandi del loro autore o creatore. Miguel de Unamiuno accusa paradossalmente Cervantes di non aver capito la grandezza di don Chisciotte e Flaubert sul letto di morte ammette sconsolato: “Io sto per morire ma quella puttana di Madam Bovary vivrà per sempre!” La poesia si erge sul pensiero e sulle fedi che hanno bisogno di essa per penetrare nella vita degli uomini e catturarla davvero, elevandosi sulla mera e magari anche brillante dissertazione filosofica, ideologica e metafisica.

“Goebbels avrebbe utilizzato la sua bravura senza curarsi della sua volontà….non voleva passare per antisemita perché non solo non lo era, ma desiderava anche che tutto il miondo lo conoscesse e lo ammirasse per il suo valore artistico. Però, se avesse girato quel film, l’America l’avrebbe messo al bando. E anche in tutta l’Europa il suo nome sarebbe stato associato a film di propaganda.”

Tutto è compiuto, perduto: o il film o l’accusa di diserzione e la condanna a morte.

La scrittrice non  ignora la complessità del cuore umano, come nel santo si celi l’eretico, nell’amico il traditore. Tutto è sempre in gioco, viaggia nella dimensione della sospensione, della lotta, della tentazione. Fino all’ultimo il protagonista può resistere o crollare, compromettersi o redimersi, non sappiamo se ce la farà anche se intuiamo la fine. Veit è uno di noi. Il male non è Veit, può essere ovunque; è banale, sostiene Hannah Arendt, e proprio per questo ancora più terribile: i suoi più o meno consapevoli servitori appaiono come piccoli e grigi burocrati, simili in tutto e per tutto al nostro vicino di casa.

D’altronde la finalità della letteratura non è primariamente l’etica, nel senso che essa deve essere autonoma; non è tenuta a inculcare precetti e dottrine, o decaloghi di comandamenti proprio per non snaturarsi. Invece essa ha una necessità etica indiretta;  è fondamentale in quanto, indirettamente, produce un’etica. Lo capisce bene Goebbels quando vuole educare il popolo rispettando i canoni dell’arte cinematografica ma secondo un’ottica perversa; sa che non educherà a fondo semplicemente proibendo ma nascondendo il messaggio nella storia perché ne esca in modo subdolo, veicolato dal giusto dosaggio di azioni e simboli; oggi si direbbe anche in modo subliminale… Lo stesso allora giovane regista Michelangelo Antonioni è entusiasta del film di Veit, lo definisce “potente, incisivo, efficacissimo, ripreso in maniera impeccabile, fin troppo”.

Gli stessi classici fanno sempre i conti col Male, ma non in senso predicatorio: costruiscono un senso del mondo che, di riflesso, è etico ed è per questo che riescono a parlare agli uomini di ogni epoca, sono sempre riattualizzabili come il personaggio di Antigone, uno dei più grandi in assoluto della letteratura mondiale.  

Soltanto essi ci fanno vivere la tremenda libertà di scelta dell’uomo, proteso tra l’inferno e il paradiso, per cui mi sembra particolarmente opportuno ricordare e concludere con quella domanda contenuta nel Faust di Goethe:

“Che cosa vuoi, infine? Sono una parte di quella forza che desidera eternamente il male e compie eternamente il bene.”

 

Rocco Taliano Grasso

 

 


Berlino 1940. La convocazione… introducendo Nadia Crucitti

mercoledì, 27 ottobre 2010

Come di consueto la serata è inserita nella manifestazione nazionale, OTTOBRE , PIOVONO LIBRI, di cui la nostra Biblioteca è veterana.

Questa serata la dedichiamo all’incontro con NADIA CRUCITTI, che aveva esordito negli oscar Mondadori, nel 1996, con il romanzo “CASA VALPATRI”, vincendo il concorso letterario famoso, quello  indetto da Famiglia Cristiana; … in giuria c’erano tra gli altri, Pontiggia, la Mafai, la Tamaro e Carlo Sgorlon.

….Il volume tratta della storia di 3 anziane  sorelle calabresi  che risiedevano in Aspromonte, viste come simboli della memoria critica calabrese e  della conservazione a tutti i costi della tradizione. La Crucitti fu segnalata come una delle  voci narrativa contemporanee più interessanti, raffinata ed essenziale nella scrittura.

.. Con la casa editrice calabrese “Città del Sole”….esce… “BERLINO 1940, la convocazione” romanzo storico iniziato nel 1992, prima di “Casa Valpatri”. Ci sono voluti molti anni di studi e ricerche, di cui la scrittrice, certamente ci parlerà, per arrivare a questo romanzo storico.

Mi sono domandata leggendo il romanzo, cosa spinge un artista ad interessarsi di un periodo storico abbastanza lontano pur se, per la nostra storia, fortemente significante..

Ho trovato alcune risposte nella storia della scrittrice… che ha avuto il padre, allora giovane ufficiale, arrestato e deportato in un campo di concentramento… e questo spiega la sua ricerca rivolta a  capire cosa succede nell’animo umano quando è sottoposto ad una dittatura….e il suo interesse per il cinema  che coltivava , in  un cineclub reggino negli anni settanta.

 Il libro tratta del personaggio VEIT HARLAN,  regista tedesco  e del suo film antisemita più famoso “Jud Suss”, diventato il simbolo del razzismo di un regime e aperto incitamento all’assassinio in nome della purezza etnica;… fu suggerito direttamente  da Goebbels al regista che si sentì obbligato ad accettarlo,.. e che lo diresse “senza anima e senza stile”, dice il Mereghetti, nella più pura tradizione delle opere su commissione, zeppo di colpi di scena e di violenza visiva, “sorretto da una recitazione enfatica, manierata o inutilmente estatica” sempre sostiene il Mereghetti.

Alla presentazione del film al Festival del cinema di Venezia, l’allora giovane Antonioni lo definì, invece:  …”potente, efficacissimo, incisivo ripreso in maniera impeccabile, fin troppo”;… la coppa Volpi fu assegnata a Kristina Soderbaum, terza moglie di Harlam., attrice principale.

 Il romanzo è, quindi, la storia di un uomo e di una nazione che pur vedendo l’istaurarsi della dittatura, scelse di non vedere, non sentire, tacitando la coscienza per evitare di scegliere.

E’ indicativa del  pensiero profondo della scrittrice e della sua sensibilità la dedica del romanzo a “coloro che dissero no anche solo nel loro cuore.”

Con ciò  significa che  la Crucitti comprende le ragioni  di chi ha avuto paura e ha taciuto,  … ma allo stesso tempo ha visto la coscienza di Harlan indirizzarsi , meglio dire fuggire, verso la grandiosità delle scenografie , la sontuosità dell’immagine,  la estremizzazione ad ogni costo, accecato dalla ricerca della bellezza formale trascendendo dalla realtà dell’orrore e completando, così,  il suo processo di asservimento  della sua arte al regime.

Certamente  il regista è un uomo superficiale, credo così di pensarla come la Crucitti, un soggetto vanesio, accecato dal bisogno di primeggiare e di appartenere ai gruppi di potere, che accetta tutto pur di arrivare al suo obiettivo… ma.. la colpa più grave, secodo me è quella di aver creduto  che un artista possa …   creare…restando estraneo al proprio tempo senza subire condizionamenti politici e pesanti compromessi.

 Ad ogni uomo, che sia artista o no, corrisponde un mondo, un proprio punto di vista di cui spesso è prigioniero ma  che lo rende ineguagliabile,… un mondo emozionale, pittorico,  emotivo, ..poetico, … ma, quando l’uomo è l’artista che vuole comunicare la propria visione,  e questo con qualunque linguaggio,  prima della visione, dell’occhio nella macchina da presa o fotografica, o della scrittura, c’è il pensiero, cosciente… poi la realizzazione,   e la rivisitazione successiva.. in cui si può scartare,  ripensare… riproporre…Tutto questo in Harlan non c’è stato, nemmeno dopo il processo di Norimberga, nessun processo di coscienza, anzi direi che  ha infranto la barriera della coscienza.

Lo definirei  tecnicamente invasato e incapace di alcuna riflessione su se stesso. Freud  aveva già visto nella società civilizzatrice…tutti questi elementi, che egli definisce di  barbarie, che rendono gli uomini invasati da se stessi e dalle proprie visioni..o succubi e imprigionati nelle reti sempre più fitte della tecnica, uomini che vibrano all’unisono con la tecnica, dimenticando che essa è il prolungamento del braccio degli uomini, uomini che sono incapaci di vivere delle esperienze a cui è mancata la coscienza del  sé oppure hanno infranto la barriera della coscienza,…  uomini privi dell’autonomia che  è la forza che spinge verso la riflessione.

  E penso all’oggi:

 - all’assenza di rischiaramento universale di cui parla Adorno nel suo “Dopo Auschwitz”, il rischiaramento che dà origine ad un clima spirituale, culturale e sociale che non ammette la reiterazione dell’orrore, un clima in cui i motivi che hanno condotto all’orrore vengano conosciuti.

- alla feroce aggressività della brutale commercializzazione in ogni settore, soprattutto nell’arte e nella globalizzazione il pericolo della imitazione, per cui l’artista, il creatore non può che rappresentare se stesso, la sua storia, “lavorare sui propri fantasmi”, come fa la Crucitti; continuare ad osservare e mettersi in gioco con il rischio, s’intende, di essere sopraffatti.

 Ombretta Gazzola


Concerto alla sala Varcassia a Castrovillari

giovedì, 29 gennaio 2009

 

L’incontro con Leonardo Saraceni e la Scuola di Cilea e questa serata mi hanno consentito di ripensare e riordinare i miei pensieri sull’arte in genere e la musica in particolare.

Ma sarò molto breve e parlerò di me sperando di farmi comprendere.

Ho sempre amato la favola di Pollicino per via dell’immagine dei sassolini che mostrano il cammino per arrivare; ognuno di noi cerca la propria via, a volte essa è facilmente visibile e segnata, a volte no;  dentro di noi, poi, esiste un mondo invisibile, al di là delle cose sensibili del mondo ma al quale le cose sensibili danno forma e mostrano il cammino, come i sassi di Pollicino.

Ascoltando  la Messa di Mozart, ma anche vedendola eseguire, sento che trovo facilmente la strada; nell’ascoltare  la bellezza della musica, so che sono su una strada giusta, sento la sacralità e ne comprendo il senso.

La più alta definizione dell’arte Occidentale, dice Jean Claire, che è stato direttore del Museo Picasso, della Biennale di Venezia del Centenario, e tante altre cose,…” fonda il sentimento del Divino nell’intelligenza del Bello”.

 Dostoyeski, la rilancia scrivendo che è la Bellezza che salverà il mondo.

Ma prima di loro già Sant’Agostino parlava del sentimento del divino e della contemplazione delle cose del mondo e della loro bellezza, la lunga nostra storia intellettuale, spirituale e morale, prende l’avvio da lì.

Più della parola, che ha un solo significato, la Musica esprime la bellezza ed  è capace di esprimere meravigliosamente la nostra gamma di sentimenti  umani e le loro infinite sfumature.

Ma occorre una specifica educazione per amare ed apprezzare il linguaggio musicale dei grandi compositori?

Penso che la conoscenza tecnica serva a chi compone e fa il musicista; per me che sono un’ascoltatrice, ascolto una esecuzione e desidero che sia un momento indimenticabile, di trasporto; qualcosa di magnifico e bello in sé che mi porta gioia e pienezza e mi avvicina al trascendente.

C’è infatti una correlazione tra musica e religione; fin dall’antichità Musica e Religione erano un binomio inscindibile; ciò era dovuto alla valenza simbolica attribuita al suono, e la musica rispetto al suono, possiede la ricerca dell’equilibrio e di conseguenza della bellezza intesa in termini assoluti.

La musica è bellezza divina, assoluta in senso estetico e bontà morale.

Essa è incorruttibile, forza ed energia, simbolo della vita che continua

Per i Greci era la cura dell’anima e poteva migliorare le carenze del corpo e della mente.

Per l’antica  Cina la musica era l’unica arte capace di educare i giovani alla spiritualità e nella musica stava il segreto dell’equilibrio perfetto tra cielo, terra e mare.

Nell’Islam la musica e la danza sono il mezzo per l’incontro con Dio.

Nell’arte contemporanea e nelle arti visuali per comprenderne, oggi, il significato,  si fa sempre più spesso ricorso alla musica, arte sorella della pittura,  dove  le tele sono spartiti musicali in cui le note sono i colori; come il suono ha immediato e diretto accesso all’anima e vi trova risonanza, così il tono cromatico della pittura si allaccia alla mente e vi trova significato e senso.

Nella relazione tra colore e forma  desidero citare  solo uno dei tanti  artisti: Kandisnski :  che così si esprime :“ nella forma non c’è solo diffuso colore, non c’è solo astrattezza, ma un suono interiore, un essere spirituale dotato di qualità”.

Forse vi sembrerò un’ingenua ma penso che chi studia ed esegue musica si incammina su una strada che è capace di andare contro il nostro mondo devastato, contro le liturgie a brandelli, contro i ritornelli in cui sono stati trasformati i canti gregoriani, contro le immagini che hanno perduto il loro valore e senso, se conservate solo nei musei.

Chi apprende e chi insegna sono indissolubilmente legati da un aspetto per me fondamentale: il piacere o meglio dire il godimento estetico perché studiare uno spartito, un testo, costruire un’opera  o qualunque altra forma di arte ha in sé la ricompensa del proprio piacere. 

 Ombretta Gazzola